Sylvia Plath e il “doppio”

 

“Due Sorelle di Persefone” è una sconcertante, cupa e intensa poesia della scrittrice statunitense. Ho cercato di darle una sfumatura “creepy”, di stasi, di tempo immobile nella devastante certezza di essere lacerata in due Sylvia – due gemelle cattive/buone, che non sanno essere amiche.

Two sisters of Persephone

Due fanciulle: in casa
l’una siede, l’altra fuori.
Per tutto il giorno tra loro
un duetto d’ombra e luce.

Nella sua buia stanza rivestita di legno
la prima elabora problemi
su una macchina matematica.
Aridi ticchettii battono il tempo

mentre calcola ogni somma.
In questa sterile impresa
il suo sguardo sbieco assume furbizia di topo,
la sua magra figura un pallore di radice.

Bronzea come la terra l’altra, distesa,
ascolta i ticchettii gonfiarsi d’oro
come polline nell’aria luminosa. Cullata
accanto a un letto di papaveri,

vede il rosso ventaglio di seta
dei loro petali di sangue
ardere e aprirsi alla lama del sole.
Su quel verde altare

liberamente diventa sposa del sole,
s’ingravida di seme.
Accosciata sull’erba, nell’orgoglio del travaglio,
partorisce un re. Inacidita

e gialla come un limone
l’altra, vergine agra fino allo stremo,
va verso la tomba con la carne devastata,
posseduta dai vermi, ma non donna.

– 1956 –
Per ascoltare la poesia, cliccare sul link a inizio articolo oppure qui 

sylvia-plath-9442550-1-402 (In foto, Sylvia da adolescente)

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Se ne avete il piacere…

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