Le sanguisughe universali

I corpi delle creature viventi sono svaniti nella polvere, e la materia secolare li ha trasformati in pietre, acqua, nubi; le loro anime si sono fuse in un’anima sola.
La comune anima universale sono io. In me ci sono le anime di Alessandro il Grande e di Cesare, di Shakespeare e di Napoleone, e dell’ultima sanguisuga; e io ricordo tutto e rivivo in me da capo ogni singola vita.

A. Checov, da “Il gabbiano”

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opera di Claude Monet

Si è andata perduta la buona abitudine di frequentare testi teatrali, tant’è che questi rappresentano una porzione minima dell’editoria italiana.
Personalmente, la reputo un’occasione che si sceglie di perdere.
Un testo teatrale è totipotenza allo stato puro: può essere cucito e ricucito più volte da un regista o da un Lettore Modello (come direbbe Eco), ciò avvenga sulle tavole di legno o in quello spazio sterminato che è la fantasia umana.
Il teatro, mentre si fa leggere, si lascia caricare di senso, più – mia opinabile opinione – di un semplice testo di narrativa, dove tutto è de-finito e non possiamo inferire nulla al di fuori delle guide che il narratore ha tracciato per farvi scorrere le ante della sua stanza-armadio.
Si provi, ad esempio, a prendere il copione “Ubu cornuto“, di Alfred Jarry.
Se ne leggano le prime tre scene dell’atto primo.
Ad una prima lettura, le parole potrebbero sembrare cifre disposte su uno spazio bianco: sembrano quasi non parlare.
Si cerchi invece di immaginare – o addirittura di farsi voce – di quei dialoghi.
Immediatamente si scatena tutto l’apparato della nostra fantasia.
Che corpo ha Achras? Con che veemenza il corpulento Padre Ubu irrompe nella scena e negli spazi vitali del vecchio inventore?
Con che voce parla il primo? E il secondo?
Come entrambi prendono (o non lo fanno affatto) possesso della scena?

Questi sono dettagli fondamentali, spesso taciuti dalle lettere, ma che un buon drammaturgo sa determinare seminandoli come le molliche di pane di Hansel nel bosco della narrazione.
Sta a noi coglierne la disposizione, scegliere quale frammento di pagnotta picchettare col becco e quale lasciare in terra, beccato magari da un altro lettore/regista pennuto.
Sta qui la straordinaria libertà del teatro.
Ognuno ha il suo Kostja, la sua Nina – tornando a “Il gabbiano” di Checov – e nessuno potrà mai dire che quel Kostja o quella Nina siano frutto d’errore, quanto, semmai, frutto di una fervida immaginazione.

Maria Pia Dell’Omo

“Quando uno ha le scarpe rotte” – Elio Vittorini

Io conoscevo questo e più di questo, potevo comprendere la miseria di un malato e della sua gente attorno a lui, nel genere umano operaio. E non la conosce ogni uomo? Non può comprenderla ogni uomo? Ogni uomo è malato una volta, nel mezzo della sua vita, e conosce quell’estraneo che è il male, dentro a lui, l’impotenza sua con quest’estraneo; può comprendere il proprio simile…
Ma forse non ogni uomo è uomo; e non tutto il genere umano è umano. Questo
è un dubbio che viene, nella pioggia, quando uno ha le scarpe rotte, acqua nelle
scarpe rotte, e non più nessuno in particolare che gli occupi il cuore, non più vita sua particolare, nulla più di fatto e nulla da fare, nulla neanche da temere, nulla più da perdere, e vede, al di là di se stesso, i massacri del mondo. Un uomo ride e un altro uomo piange. Tutti e due sono uomini; anche quello che ride è stato malato, è malato; eppure egli ride perché l’altro piange. Tutti e due sono uomini; anche quello che ride nella non speranza, lo vede che ride sui suoi giornali e manifesti di giornali, non va con lui che ride ma semmai piange, nella quiete, con l’altro che piange. Non ogni uomo è uomo, allora. Uno perseguita e uno è perseguitato; e genere umano non è tutto il genere umano, ma quello soltanto del perseguitato. Uccidete un uomo; egli sarà più uomo. E così è più uomo un malato, un affamato; è più genere umano il genere umano dei morti di fame.
Chiesi a mia madre: – Tu che ne pensi?
– Di che? – mia madre disse.

[…]

– Hai mai visto un cinese?
– Certo, – mia madre disse. – Ne ho visti due o tre… Passano per vendere le
collane.
– Bene, – dissi io. – Quando hai davanti un cinese e lo guardi e vedi, nel freddo,
che non ha cappotto, e ha il vestito stracciato e le scarpe rotte, che cosa pensi di lui?
– Ah! Nulla di speciale, – mia madre rispose. – Vedo molti altri, qui da noi, che
non hanno cappotto per il freddo e hanno il vestito stracciato e le scarpe rotte…
– Bene, – dissi io. – Ma lui è un cinese, non conosce la nostra lingua e non può
parlare con nessuno, non può ridere mai, viaggia in mezzo a noi con le sue collane e cravatte, con le sue cinture, e non ha pane, non ha soldi, e non vende mai nulla, non ha speranza. Che cosa pensi tu di lui quando lo vedi che è così un povero cinese senza speranza?
– Oh! – mia madre rispose. – Molti altri vedo che sono così, qui da noi…
Poveri siciliani senza speranza.
– Lo so, – dissi io. – Ma lui è cinese. Ha la faccia gialla, ha gli occhi obliqui, il
naso schiacciato, gli zigomi sporgenti e forse fa puzza. Più di tutti gli altri egli è
senza speranza. Non può avere nulla. Che cosa pensi tu di lui?
– Oh! – rispose mia madre. – Molti altri che non sono poveri cinesi hanno la
faccia gialla, il naso schiacciato e forse fanno puzza. Non sono poveri cinesi, sono
poveri siciliani, eppure non possono avere nulla.
– Ma vedi, – dissi io. – Egli è un povero cinese che si trova in Sicilia, non in
Cina, e non può nemmeno parlare del bel tempo con una donna. Un povero siciliano invece può…
– Perché un povero cinese non può? – chiese mia madre.
– Bene, – dissi io. – Immagino che una donna non darebbe nulla a un povero
viandante che fosse un cinese invece di un siciliano.
Mia madre si accigliò.
– Non saprei, – disse.
– Vedi? – io esclamai. – Un povero cinese è più povero di tutti gli altri. Cosa
pensi tu di lui?
Mia madre era stizzita.
– Al diavolo il cinese, – disse.
E io esclamai: -Vedi? Egli è più povero di tutti i poveri e tu lo mandi al
diavolo. E quando lo hai mandato al diavolo e lo pensi, così povero nel mondo, senza speranza e mandato al diavolo, non ti sembra che sia più uomo, più genere umano di tutti?
Mia madre mi guardò sempre stizzita.
– Il cinese? – disse.
– Il cinese, – dissi io. – O anche il povero siciliano che è malato in un letto
come questi ai quali fai l’iniezione. Non è più uomo e più genere umano, lui?
– Lui? – disse mia madre.
– Lui, – dissi io.
E mia madre chiese: – Più di chi?
Risposi io: – Più degli altri. Lui che è malato… Soffre.
– Soffre? – esclamò mia madre. – E’ la malattia.
– Soltanto? – io dissi.
– Togli la malattia e tutto è passato, – disse mia madre. – Non è nulla… E’ la
malattia.
Allora io chiesi:
– E quando ha fame e soffre, che cos’è?
– Bene, è la fame, – mia madre rispose.
– Soltanto? – io dissi.
– Come no? – disse mia madre. – Dagli da mangiare e tutto è passato. E’ la
fame.
Io scossi il capo. Non potevo avere strane risposte da mia madre, eppur chiesi
ancora:
– E il cinese?
Mia madre, ora, non mi diede risposta; né strana, né non strana; e si strinse
nelle spalle. Essa aveva ragione, naturalmente: togliete la malattia al malato, e non vi sarà dolore; date da mangiare all’affamato e non vi sarà dolore. Ma l’uomo, nella malattia, che cos’è? E che cos’è nella fame?
Non è, la fame, tutto il dolore del mondo diventato fame? Non è, l’uomo nella
fame, più uomo? Non è più genere umano? E il cinese?…

da “Conversazione in Sicilia“, di Elio Vittorini

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Elio Vittorini

Una interessante critica del testo:

http://www.criticaletteraria.org/2009/08/conversazione-in-sicilia.html

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Un secolo in due: Achmatova e Achmadulina

Anna Achmatova odiava l’appellativo “poetessa”; a questo preferiva quello maschile di “poeta”. Sul vero cognome, che era Gorenko, «quando venne a sapere delle mie poesie, (mio padre) mi disse: “non infangare il mio nome”. “Non so che farmene del tuo nome” gli risposi». Decise di chiamarsi con il cognome tataro di una antenata principessa che sposò Khan Akhmat, discendente di Gengis Khan. Al 1912 risale la sua prima opera, La sera, cui seguirono altre sillogi, tutte aderenti al movimento poetico definito “acmeismo”, di cui fu principale fautore il primo marito, Nikolaj Stepanovič Gumilëv, fucilato nel 1921 con l’accusa di attività controrivoluzionaria e la di cui poesia fu proibita durante il regime sovietico. Persino Lev, il suo unico figlio, fu imprigionato in quanto figlio di Gumilëv  diverse volte nel periodo delle grandi purghe, fino alla condanna nel 1949 a 15 anni di lavori forzati. Fu liberato nel 1956. Anna, che dall’uccisione di Gumilëv aveva taciuto i suoi versi per una ventina d’anni, per salvare la vita a suo figlio arrivò a scrivere versi di ossequio al regime nel 1950, salvo poi non farli più inserire nelle riedizioni delle sue opere. Non abbandonò mai la Russia, tanto che la poetessa Marina Cvetaeva la chiamò “Anna di tutte le Russie”:

«no, non sotto un cielo straniero, /non al riparo di ali straniere: /io ero allora col mio popolo,/ là dove, per sventura, il mio popolo era» ;

«invecchiammo di cent’anni, e accadde / nel corso di un’ora sola» ;

«Io sono la vostra voce, il calore del vostro fiato,/ il riflesso del vostro volto, /i vani palpiti di vane ali…/ fa lo stesso, sino alla fine io sto con voi» ;

«una voce mi giunse. Suadente /mi chiamava, diceva:/ Vieni qua, / lascia il paese sordo e peccatore,/ lascia la Russia per sempre. /(…)/ Io mi tappai le orecchie con le mani, / perché l’indegno discorso,/ non profanasse l’anima dolente».

Nel 1946 l’alto gerarca comunista Andrej Z’danov accusò la sua poesia di essere «intimista» e «da camera» e la definì  un «peccato», la colpa peggiore che si possa commettere in un’età di «impegno» politico e civile – mentre, invece, il suo poema che denunciava gli orrori del regime staliniano, Requiem, fu censurato e tramandato a memoria da alcune amiche poetesse, fino a vedere la luce negli anni Sessanta. Definita «un incrocio tra puttana e suora», fu espulsa dall’Unione dei letterati sovietici. L’Achmatova si mantenne, quindi,  traducendo .
Nel 1964, anche se malata, fu autorizzata a partire per l’estero per ricevere il premio poesia Etna-Taormina e nel 1965 la laurea honoris causa all’università di Oxford.

Raccontiamo di Anna con due poesie.

La prima, tratta dalle sue opere giovanili e scritta a Carskoe Selo,dove ha vissuto sino all’adolescenza, rivela delicatezza, bellezza del minimo e sensualità apollinea quali primizie della sua poetica, quella che, maturando e ammantandosi di strazio,  conquisterà, ispirerà e diverrà la voce addolorata delle donne di tutta la Russia – e, in seguito, del mondo, come svela la seconda poesia che proponiamo.

 

 

 

Lascio la casa bianca e il muto giardino.
Deserta e luminosa mi sarà la vita.
Nessuna donna saprà cullarti
come io ti celebro nei miei versi:
non scordare la tua cara amica
nell’Eden che hai creato per i suoi occhi,
per me che spaccio una merce rarissima
e vendo il tuo tenerissimo amore.

Anna Andreevna Achmatova

Carskoe Selo, 27 febbraio 1913

(Traduzione di Gene Immediato; da “Stormo Bianco”, Edizioni San Paolo, 1995)

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(Dipinto di Natalia Goncharova,Queen of Shamakhan, from Le Coq d’Or, 1913)

Sentirai il tuono e mi rammenterai,
penserai: desiderava la bufera…
Sarà una striscia di cielo accesa di rosso,
e il cuore come allora in fiamme.
E ciò accadrà nel giorno moscovita
in cui abbandonerò per sempre la città,
muoverò verso il bramato riparo,
lasciando in mezzo a voi ancora la mia ombra.

( “Quasi in un album”, da “La rosa di macchia fiorisce”, 1966, anno della morte della poeta, probabilmente una poesia di commiato)

«Il XX secolo ebbe inizio nell’autunno dell’anno 1914 insieme con la guerra, così come il XIX s’iniziò con il Congresso di Vienna. Le date del calendario non hanno significato» – Anna Andreevna Achmatova (Bol’šoj Fontan 1889 – Mosca 1966)

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Bella Achmadulina (Mosca, 10 aprile 1937 – Mosca, 29 novembre 2010)

Rappresentante della nuova generazione poetica poststaliniana, assieme al marito Evgenij EvtušenkoAndrej Voznesenskij, Bella Achmadulina restò, come Anna Achmatova, nel suo amaro paese.

Nasce nel ’37, in pieno regime, negli anni del “grande terrore”.

Su “Pràvo lidu”, in quell’anno, comparivano questi versi: “Quel che puoi leggere sui giornali, / è solo un gioco, non ci si crede / e le scene che esalano orrore, / la paura è il loro suggeritore. // Quel che puoi leggere sui giornali, / è solo un gioco, per divertire il mondo. / Sol che la fine – la puzza del sangue umano / purtroppo è proprio vera.”

Inizia a comporre da piccolissima e, da ragazza, viene ammessa all’Istituto di Letteratura “Maksim Gor’kij”, dal quale fu però espulsa nel 1959 per essersi opposta alla campagna contro Boris Pasternak (vincitore nel 1958 con il romanzo di denunzia,Doktor Živago, del Premio Nobel per la Letteratura , che non poté ritirare per motivi politici) – sarà riammessa l’anno successivo, laureandosi a pieni voti.

La sua prima pubblicazione, La corda,  risale al 1962.

Assieme al marito, si impegnava a diffondere i samizdat, ciclostili di protesta su veline; inoltre, più di una volta è infatti intervenuta a favore degli intellettuali perseguitati dal regime, come Sakharov, Kopelev, Vladimov, Vojnovich. I suoi interventi in loro difesa sono stati pubblicati dal “New York Times” e trasmessi più di una volta da radio “Svoboda” e “La voce dell’America”.

Tuttavia, nella scrittura fu meno polemica di Evtušenko , che denunciava il perdurare dello stalinismo e rivendicava la libertà di espressione dell’artista. Sulle possibilità espressive dell’artista stesso si interrogava anche lei, ma in maniera diversa, più metaforica, nel pieno stile di quelle che sono anche le sue liriche amorose.

Le sue poesie d’amore riscossero un grande successo, tanto da essere musicate in romanze o da diventare colonne sonore di film russi o accolte in stadi e teatri, recitate dall’autrice stessa. Molto devota a Puškin, Gogol’, Cvetàeva, , Pasternak e alla stessa Achmàtova, che amò anche rivisitare, per i critici russi ne è la piena erede e il mondo della letteratura la celebra come una delle più grandi poetesse russe.

 

La presentiamo con una delle sue melanconiche liriche d’amore.

 

 

Non posso gridare. Non posso chiamarti.

Nel silenzio tutto è fragile, di vetro.
La testa reclinata sulla leva,
anche il telefono dorme.

Attraversando la città addormentata
voglio arrivare ad un vicolo bianco,
voglio accostarmi alla tua finestra,
in gran silenzio, e teneramente.

Nasconderò nelle mie mani l’eco
del sonoro disgelo delle strade.
Spegnerò le fiammelle dei lampioni
perché non si sveglino i tuoi occhi.

Ordinerò alla primavera
di soffocare le sue voci notturne.
Allora, sei così tu quando dormi?
Le tue mani hanno perso vita…

la stanchezza furtiva si è annidata
nel folto delle rughe, intorno agli occhi.
Domani voglio baciarli a lungo, a lungo
perché non ne resti il ricordo.

Veglierò il tuo sonno fino all’alba,
andrò via col vento fresco del mattino,
dimenticando le mie orme sulla neve
tra le foglie dell’anno passato.

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(Traduzione di Serena Vitale; da “Tenerezza e altri addii”, Guanda, Parma, 1971)

 

“Con Bella la Russia ha perso un altro grande poeta, degna erede della Akhmatova e della Cvetaeva. Bella era un esempio non solo di devozione alla poesia, ma anche di nobiltà d’animo civile. Si è sempre schierata con coraggio dalla parte di coloro che venivano a trovarsi nel bisogno” – Evtušenko , commentando la dipartita della  ex compagna, nel 2010.

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Bibliografia online:

 

https://poesiainrete.wordpress.com/category/poeti-russi/page/5/

Anna Achmatova

http://www.unive.it/media/allegato/dep/n22-2013/06_Dundovich.pdf

http://annaachmatova.altervista.org/Carta_e_bit/Notizie/notizie.html

http://annaachmatova.altervista.org/Carta_e_bit/Web/web.html

http://annaachmatova.altervista.org/

http://www.dmoz.org/World/Italiano/Arte/Letteratura/Autori/A/Achmatova,_Anna/

http://www.arcarussa.it/forum/bella-akhmadulina-1937-2010-vt4485.html

http://www.worldcat.org/identities/lccn-n83-141578/

http://www.worldcat.org/title/three-russian-women-poets-anna-akhmatova-marina-tsvetayeva-bella-akhmadulina/oclc/9762057

 

Su Natalia Goncharova:

http://arthistoryproject.com/artists/natalia-goncharova/

Natalia Goncharova

 

Riparare chi ami

Le persone a volte si rompono. Spesso senza averne colpa. Si guasta qualcosa e i danni diventano sempre più visibili col passare del tempo, gli errori si ripetono e moltiplicano, di volta in volta più evidenti.
Non puoi riparare una persona, ma puoi passarle cacciavite e martello quando decide di farlo da sé.

(Manhattan Tango – Alessandro Ronca)

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Alessandro Ronca è musicista, autore e compositore .

Manhattan Tango (ed. Youcantprint) è il suo romanzo d’esordio.

Incipit dal secolo scorso

Federico VemderLa nonna

Era sempre vestita di nero, ma quando passava per la piazza di Santa Maria del Mare, come fiamme d’inferno i colori le guizzavano intorno, dei gialli, dei viola, perfino talora dei rossi e dei verdi; non portava bracciali, eppure bagliori dorati sembravano splenderle intorno ai polsi. Camminava eretta, rapida, con i grandi capelli rialzati oscillanti: impeto e altezza; sotto la gonna nera si profilava elegante la gamba fino alla coscia; la veste era scollata sul petto magro, arrossato, un largo nastro di velluto nero le fermava le arterie agitate del collo.

(da “Althénopis”, Fabrizia Ramondino, 1981, Einaudi ed. ;

foto di Federico Vender)

Exstra:

Ad alta voce – radiorai3 http://www.radio3.rai.it/dl/portaleRadio/media/ContentItem-6f0ca358-7bc8-4fc9-af13-2d895361c98d.html

Dall’enciclopedia Treccani – http://www.treccani.it/enciclopedia/fabrizia-ramondino/

Fabrizia ramon(in foto, Fabrizia Ramondino)

Ingeborg Bachmann , l’Orsa

La nostra società è talmente malata che fa diventare malato l’individuo e che l’individuo in questa società, in questo mondo, alla fine si dice che muore, ma questo non è vero perché ognuno di noi alla fine è stato ucciso

I. Bachmann

 

Invocazione all’Orsa Maggiore

Orsa Maggiore, scendi irsuta notte,
animale dal vello di nuvole
e gli occhi antichi, occhi stellari;
sbucano dall’intrico scintillanti
le tue zampe e gli artigli,
artigli stellari;
vigili custodiamo le greggi,
pur ammaliati da te, e diffidiamo
dei tuoi lombi stanchi
e delle zanne aguzze per metà scoperte,
vecchia Orsa.

Una pigna, il vostro mondo.
Voi, le scaglie intorno.
Io lo spingo, lo rotolo,
dagli abeti in principio
agli abeti alla fine:
lo fiuto, lo tento col muso,
e con le zampe l’abbranco.

Abbiate o non abbiate timore:
versate l’obolo nella borsa sonante e date
una buona parola all’uomo cieco,
che l’Orsa trattenga al guinzaglio.
E insaporite bene gli agnelli.

Potrebbe, quest’Orsa, strappare i lacci,
non più minacciare ma dare
la caccia a tutte le pigne cadute
dagli abeti, i grandi abeti alati
precipitati dal paradiso.

[trad.: M.T. Mandalari, TEA 1996]

Anrufung des Großen Bären

Großer Bär, komm herab, zottige Nacht,
Wolkenpelztier mit den alten Augen,
Sternenaugen,
durch das Dickicht brechen schimmernd
deine Pfoten mit den Krallen,
Sternenkrallen,
wachsam halten wir die Herden,
doch gebannt von dir, und mißtrauen
deinen müden Flanken und den scharfen
halbentblößten Zähnen,
alter Bär.

Ein Zapfen: eure Welt.
Ihr: die Schuppen dran.
Ich treib sie, roll sie
von den Tannen im Anfang
zu den Tannen am Ende,
schnaub sie an, prüf sie im Maul
und pack zu mit den Tatzen.

Fürchtet euch oder fürchtet euch nicht!
Zahlt in den Klingelbeutel und gebt
dem blinden Mann ein gutes Wort,
daß er den Bären an der Leine hält.
Und würzt die Lämmer gut.

‘s könnt sein, daß dieser Bär
sich losreißt, nicht mehr droht
und alle Zapfen jagt, die von den Tannen
gefallen sind, den großen, geflügelten,
die aus dem Paradies stürzen.

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Foto di Margarita Kareva

Giorni in bianco

In questi giorni, mi levo con le betulle
e sulla fronte ravvio le ciocche di frumento
davanti a uno specchio di ghiaccio.

Amalgamato al mio respiro
sfiocca il latte:
così di buon’ora ha facile schiuma.
E dove il vetro appanno con l’alito
appare, dipinto da un dito infantile,
ancora il tuo nome: innocenza!
Dopo tanto tempo.

In questi giorni, non mi duole
di sapere dimenticare
e di essere costretta a ricordare.

Amo. Fino all’incandescenza io amo,
e ne ringrazio biblicamente il cielo.
L’ho imparato in volo.

In questi giorni, io ripenso all’albatro
che mi ha sollevata e trasportata
in un paese che è un foglio bianco.

All’orizzonte immagino,
fulgido nel suo tramonto,
il mio favoloso continente
laggiù, che mi ha congedata
già rivestita del sudario.

Vivo, e da lontano ascolto il suo canto del cigno!

[trad.: M.T. Mandalari]

 

Tage in weiß

In diesen Tagen steh ich auf mit den Birken
und kämm mir das Weizenhaar aus der Stirn
vor einem Spiegel aus Eis.

Mit meinem Atem vermengt,
flockt die Milch.
So früh schäumt sie leicht.
Und wo ich die Scheibe behauch, erscheint,
von einem kindlichen Finger gemalt,
wieder dein Name: Unschuld!
Nach so langer Zeit.

In diesen Tagen schmerzt mich nicht,
daß ich vergessen kann
und mich erinnern muß.

Ich liebe. Bis zur Weißglut
lieb ich und danke mit englischen Grüßen.
Ich hab sie im Fluge erlernt.

In diesen Tagen denk ich des Albatros’,
mit dem ich mich auf-
und herüberschwang
in ein unbeschriebenes Land.

Am Horizont ahne ich,
glanzvoll im Untergang,
meinen fabelhaften Kontinent
dort drüben, der mich entließ
im Totenhemd.

Ich lebe und höre von fern seinen Schwanengesang!

da “Anrufung des Großen Bären”, München, 1956 

Dichtende Maerchenprinzessin mit scharfem Verstand

Puntata Rai3 su “Màlina”, romanzo della Bachmann, a cura di Gabriella Caramore

http://www.rai.it/dl/portaleRadio/media/ContentItem-e6500f2d-03a1-48c9-b9d5-1eb1cbf8911d.html

Soundtrack consigliata :

 

 

La divulgazione poetica “dal basso”

Ho deciso, lo scorso Aprile, di inaugurare un Laboratorio di Poesia, intesa come “azione” creatrice – e quindi rivolto ai poeti delle forme linguistiche, pittoriche, musicali e performative di vario genere.

Dal primo appuntamento, la tipologia di incontro ha riscontrato l’entusiamo dei presenti, che hanno partecipato con presenza emotiva, psicologica e fisica alle quattro fasi in cui divido ogni appuntamento.

Per me era importante creare un’occasione simile perché ho notato – negli anni di giornalismo e di curiosità personale – una disumanizzazione del rapporto  dell’uomo con l’arte.

Mio scopo era quindi quello di ritrovare – assieme – la gioia primigenia del creare, senza aspettative e senza giudizi, in un ambiente “aperto”, ma sicuro, protetto dalle gabbie del narcisismo, del desiderio di accettazione, della voglia di avere “tanti likes” ed affini.

L’arte, in prima istanza, è strumento dorato che ci conferisce il privilegio di leggere negli altri il Bello, il Giusto, il Vero – ognuno di noi ne è frammento e nessuno ne è escluso.

Il “Laboratorio di SperimentAzione Poetica” continua ad evolversi ed è sempre più aperto alla cancellazione di frontiere, per apprezzare le differenze  culturali e linguistiche degli altri popoli.

Nel suo secondo appuntamento, infatti, ho avuto il piacere di avere ospiti il Dott. Vincenzo Restivo , scrittore e Professore di lingua spagnola e portoghese presso un istituto superiore locale, e la Dott.ssa Chiara Costanzo, impegnata nella diffusione e divulgazione delle culture orientali, nonché docente di Arabo.

Vincenzo ha portato una sua traduzione di una poesia di Ana Paula Ribeiro Tavares, (qui il video), leggendola in Portoghese e in Italiano, mentre Chiara ha portato una poesia della  poetessa Joumana Haddad, leggendola in arabo e chiedendo a me di leggere la sua traduzione in Italiano. Ne è venuta fuori una bella performance italoaraba !

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A sinistra, io, a  destra, Chiara Costanzo. Foto di Esse Alfredo.

Questo momento dedicato all’intercultura, è sempre rivolto ai contemporanei, perché credo fortemente noi poeti non dobbiamo trattarci “da morti” – possiamo scrivere finché siamo in vita, parafrasando Michelle Houellebecq, ed emozionarci attraverso l’emozione che stiamo ricevendo e donando al contempo.

Leggere, proporre o tradurre un contemporaneo – dargli la possibilità di affacciarsi ad un palco per la prima volta, di provare quanto bruci il suo fuoco -la ritengo esperienza fondamentale per la formazione di un poeta in nuce e in divenire   .

Proprio per questo, la partecipazione agli eventi è totalmente gratuita.

Link agli eventi Facebook: 

Primo appuntamento

Secondo appuntamento

Link agli album Facebook del Laboratorio:

Prima data  – 27.04.2016 

Seconda data – 25.05.2016

Per informazioni , scrivere a maria.dellomo@yahoo.com

Gli incipit raffinati di Jean-Paul Sartre

 

I.

La signora Darbérat teneva un rahat lukùm tra le dita.

L’avvicinò alle labbra con precauzione e trattenne il respiro, temendo di dissipare col fiato il sottile velo di zucchero di cui era cosparso:  « È alla rosa », si disse. Bruscamente diede un morso a quella carne vetrificata e un sapore d’acqua stagnante le riempì la bocca.  « È strano come la malattia acuisca le sensazioni ». Si mise a pensare a moschee, a orientali ossequiosi, (era stata ad Algeri durante il viaggio di nozze) e le sue labbra pallide abbozzarono un sorriso: anche il rahat lukùm era ossequioso.

Dovette passare a più riprese  il palmo della mano sulle pagine del libro che, nonostante le sue precauzioni, si eran coperte d’un sottile strato di polvere bianca. Le sue mani facevano scivolare, rotolare, stridere i granellini di zucchero sulla carta liscia. « Questo mi ricorda Archacon, quando leggevo sulla spiaggia ».

Aveva passato al mare l’estate del 1907. Portava in quel tempo un gran cappello di paglia con un nastro verde; s’installava proprio vicino al molo con un romanzo di Gyp o di Colette Yver.

Il vento le faceva piovere sulle ginocchia mulinelli di sabbia e, di tanto in tanto, ella scoteva il libro tenendolo per gli angoli. Era proprio la stessa sensazione: solo che i granellini di sabbia eran del tutto asciutti mentre questi piccoli detriti di zucchero le si appiccicavano un po’ alla punta delle dita. Rivide una striscia di cielo grigio-perla che sovrastava un mare nero. « Eva non era ancora nata ».

Si sentiva tutta piena di ricordi e preziosa come uno scrigno di sandalo.

(Incipit de “La camera” di Jean-Paul Sartre, da «Il muro », Ed. Einaudi, pag. 35)

stanisdessyL’ incipit, nelle strutture narrative brevi, deve contenere in sé la chiave della  storia che si andrà a sviluppare – i cosiddetti “semi della tragedia”.  A differenza della narrazioni più lunghe, come i romanzi, bisogna però condensare tutti i propri intenti in poche righe. Il punto di vista adoperato è quello degli occhi della signora Darbérat, cui lo scrittore “si accomoda”, scegliendo un ritmo narrativo che  immetta il fruitore nella forma mentis del suo personaggio. La ricchezza delle descrizioni, l’ossessione compiaciuta dei particolari, dicono molto – anticipano! – dell’avidità cui lo stato di malattia ha condotto la signora.

Ulteriore considerazione: se si sostituissero le pagine e l’inchiostro alla cinepresa, la resa sarebbe pressappoco la medesima; Sartre riesce cioè – e forse è dovuto alla mentalità da drammaturgo – a descrivere una perfetta scena riprendendone i dettagli visivi, sonori, olfattivi. La sua scrittura è carica di senso.

Di sicuro, un esempio di cui tener conto per un aspirante scrittore di finzioni, siano esse letterarie, teatrali o cinematografiche.

Maria Pia Dell’Omo

 

Note al racconto:

rahat lukum: lokum o harat al-qum, dolce tipico arabo.

Colette Yver: scrittrice cattolica francese (1874-1953) , Prix Femina nel 1907 per Princesses de science, romanzo femminista

Exstra: dipinto di Stanis Dessy, ritratta, la moglie Ada

Stanis Dessy: un articolo di approfondimento http://www.ilpickwick.it/index.php/arte/item/1671-estratto-secco-studio-su-stanis-dessy

Tomàs Segovia e il mistero della donna

Dimmi donna dove nascondi il tuo mistero
donna acqua pesante volume trasparente
più segreta quanto più ti spogli
quale è la forza del tuo splendore inerme
la tua abbagliante armatura di bellezza
dimmi non posso più con tante armi
donna seduta sdraiata abbandonata
insegnami il riposo il sonno e l’oblio
insegnami la lentezza del tempo
donna tu che convivi con la tua carne ignominiosa
come accanto ad un animale buono e calmo
donna nuda di fronte all’uomo armato
togli dalla mia testa questo casco d’ira
calmami guariscimi stendimi sulla fresca terra
toglimi questi vestiti di febbre che mi asfissiano
sommergimi indeboliscimi avvelena il mio pigro sangue
donna roccia della tribù sbandata
discingimi queste maglie e cinture di rigidezza e paura
con cui mi atterrisco e ti atterrisco e ci separo
donna oscura e umida pantano edenico
voglio la tua larga fragrante robusta sapienza,
voglio tornare alla terra e ai suoi succhi nutritivi
che corrono sul tuo ventre e i tuoi seni e irrigano la tua carne
voglio recuperare il peso e la completezza
voglio che tu m’inumidisca, m’ammolli, m’effemini
per capire la femminilità, la morbidezza umida del mondo
voglio appoggiata la fronte nel tuo grembo materno
tradire il ferreo esercito degli uomini
donna complice unica terribile sorella
dammi la mano torniamo ad inventare il mondo noi due soli

voglio non distaccare mai gli occhi da te
donna statua fatta di frutta colomba cresciuta
lasciami sempre vedere la tua misteriosa presenza
il tuo sguardo di ala e seta e lago nero
il tuo corpo tenebroso e raggiante plasmato di slancio senza incertezze
il tuo corpo infinitamente più tuo che per me quello mio
e che dai di slancio senza incertezze senza tenerti niente
il tuo corpo pieno e uno illuminato tutto di generosità
donna mendicante prodiga porto del pazzo Ulisse
non permettere che io dimentichi mai la tua voce di uccello memorioso
la parola calamitata che nel tuo intimo pronunci sempre nuda
la parola sempre giusta di folgorante ignoranza
la selvaggia purezza del tuo amore insensato
delirante senza freno abbrutito inviziato
il gemito nettissimo della tenerezza
lo sguardo pensieroso della prostituzione
la cruda chiara verità
dell’amore che assorbe e divora e si alimenta
l’invisibile zampata della divinazione
l’accettazione la comprensione la sapienza senza strade
la spugnosa maternità terreno di radici
donna casa del doloroso vagabondo
dammi da mordere la frutta della vita
la stabile frutta di luce del tuo corpo abitato
lasciami reclinare la mia fronte funesta
sul tuo grave grembo di paradiso boscoso
spogliami acquietami guariscimi di questa colpa acre
di non essere sempre armato ma soltanto io stesso.

 

Auguste Rodin, Disegno

(Un disegno di Auguste Rodin)

Versione originale: Dime mujer

Dime mujer dónde escondes tu misterio
mujer agua pesada volumen transparente
más secreta cuando más te desnudas
cuál es la fuerza de tu esplendor inerme
tu deslumbrante armadura de belleza
dime no puedo ya con tantas armas
mujer sentada acostada abandonada
enséñame el reposo el sueño y el olvido
enséñame la lentitud del tiempo
mujer tú que convives con tu ominosa carne
como junto a un animal bueno y tranquilo
mujer desnuda frente al hombre armado
quita de mi cabeza este casco de ira
cálmame cúrame tiéndeme sobre la fresca tierra
quítame este ropaje de fiebre que me asfixia
húndeme debilítame envenena mi perezosa sangre
mujer roca de la tribu desbandada
descíñeme estas mallas y cinturones de rigidez y miedo
con que me aterro y te aterro y nos separa
mujer oscura y húmeda pantano edénico
quiero tu ancha olorosa robusta sabiduría
quiero volver a la tierra y sus zumos nutricios
que corren por tu vientre y tus pechos y que riegan tu carne
quiero recuperar el peso y la rotundidad
quiero que me humedezcas me ablandes me afemines
para entender la feminidad la blandura húmeda del mundo
quiero apoyada la cabeza en tu regazo materno
traicionar al acerado ejército de los hombres
mujer cómplice única terrible hermana
dame la mano volvamos a inventar el mundo los dos solos
quiero no apartar nunca de ti los ojos
mujer estatua hecha de frutas paloma crecida
déjame siempre ver tu misteriosa presencia
tu mirada de ala y de seda y de lago negro
tu cuerpo tenebroso y radiante plasmado de una vez sin titubeos
tu cuerpo infinitamente más tuyo que para mí el mío
y que entregas de una vez sin titubeos sin guardar nada
tu cuerpo pleno y uno todo iluminado de generosidad
mujer mendiga pródiga puerto del loco Ulises
no me dejes olvidar nunca tu voz de ave memoriosa
tu palabra imantada que en tu interior pronuncias siempre desnuda
tu palabra certera de fulgurante ignorancia
la salvaje pureza de tu amor insensato
desvariado sin freno brutalizado enviciado
el gemido limpísimo de la ternura
la pensativa mirada de la prostitución
y la clara verdad cruda
del amor que sorbe y devora y se alimenta
el invisible zarpazo de la adivinación
la aceptación la comprensión la sabiduría sin caminos
la esponjosa maternidad terreno de raíces
mujer casa del doloroso vagabundo
dame a morder la fruta de la vida
la firme fruta de luz de tu cuerpo habitado
déjame recostar mi frente aciaga
en tu grave regazo de paraíso boscoso
desnúdame apacíguame cúrame de esta culpa ácida
de no ser siempre armado sino sólo yo mismo.

Tomàs Segovia  (1927-2011)

Scrittore, poeta, saggista spagnolo naturalizzato messicano. Professore di Francese, di Letteratura, fondatore di un progetto di approfondimento e insegnamento della traduzione, coinvolto nella stesura nel Dizionario di Spagnolo del Messico; vincitore della beca Guggenheim nel 1950 e di numerosi premi letterari. Si dedicò inoltre al cinema e alla radio.

Dime Mujer sarà sicuramente bellissima in Italiano, ma vi invito a conoscere il suo suono natio, nella sezione Exstra, in fondo  al post.

Exstra:

La poesia, declamata nell’idioma originario

 

e, ancora:

http://www.palabravirtual.com/index.php?ir=ver_voz.php&wid=447&t=Dime+mujer&p=Tom%E1s+Segovia&o=Tom%E1s+Segovia

Una lirica di Segovia: http://natakarla.blogspot.it/2012/04/quello-che-ho-tomas-segovia.html

Piccolo esperimento:

Ho chiesto ad una persona amica di interpretare il sonoramente il disegno di Rodin. Mi ha risposto con un brano dalle tinte gotiche – il prossimo appuntamento con il blog sarà dunque su Rodin e in particolare incentrato su una sua opera “gotica”. Cosa ne pensate?

Intanto, vi lascio il brano, che contiene ampi stralci de “La maschera della morte rossa” (1842) di Edgar Allan Poe, cui si ispira.

Per accompagnare la poesia e le sue sonorità, invece, propongo una czarda (“ciarda”) di Monti, interpretata con il mandolino

 

Juan Vicente Piqueras: due liriche

Manzana de mar

Io sarei il maschio e tu la femmina
vestita di tormenta.
Dormiresti
nella culla del mare più impensato,
diadema d’altra luce sui capelli,
nelle mani remote
la sabbia fuggitiva
di noi due, desertici e felici.

E vivremmo lontano, dimentichi
del tempo, dell’ora, in cui fummo schiavi
della nostra paura, di questo assurdo
mondo, sicario assoldato dalla morte.

L’isola è in noi
ad aspettare
che la rabbia maturi e ci rapisca.

Io sarei il maschio e tu la femmina.

E la mela sarebbe la memoria.

(Traduzione: Martha L. Canfield)
(anche se io avrei tradotto l’ultimo verso con:
“La memoria sarebbe una mela”)
 Testo Originale
Yo sería un varon e tú una hembra
vestida de tormenta.
Dormirías
en la palma del mar menos pensado,
diadema de otra luz en tus cabellos,
y en las manos remotas
la arena fugitiva
de nosotros, desiertos y felices.

Viviríamos lejos, olvidados
Del tempo, ahora, en que éramos esclavos,
de nuestro proprio miedo y de este absurdo
mundo, sicario a sueldo de la muerte.

La isla está en nosotros
Guardando
Que la rabia madure y se nos lleve.

Yo sería el varón y tú la hembra.

La memoria sería una manzana.

Vigilia di restare

Tutto è pronto: la valigia,
le camicie, le mappe, la fatua speranza.

Mi spolvero le palpebre.
Ho messo all’occhiello
la rosa dei venti.

Tutto è pronto: il mare, l’atlante, l’aria.

Mi manca solo il quando, il dove,
un diario di bordo, le carte
di navigazione, venti a favore,
il coraggio e qualcuno che mi ami
come non so amarmi io.

La nave che non c’è, le mani attonite,
lo sguardo intento, le imboscate,
il filo ombelicale dell’orizzonte
che sottolinea questi versi sospesi…

Tutto è pronto. Sul serio. Invano.

(foto di Robert Doisneu)
Testo Originale: Vìspera de quidarse
Todo está preparado: la maleta,
las camisas, los mapas, la fatua esperanza.

Me estoy quitando el polvo de los párpados.
Me he puesto en la solapa
la rosa de los vientos.

Todo está a punto: el mar, el aire, el atlas.

Sólo me falta el cuándo,
el adónde, un cuaderno de bitácora,
cartas de marear, vientos propicios,
valor y alguien que sepa
quererme como no me quiero yo.

El barco que no existe, la mirada,
los peligros, las manos del asombro,
el hilo umbilical del horizonte
que subraya estos versos suspensivos…

Todo está preparado: en serio, en vano.

Juan Vicente Piqueras
Juan Vicente Piqueras è un affascinante contemporaneo, che merita la dovuta attenzione.
Altre informazioni su :

Infinita solitudine

Solitudine

Io non son mai stato bambino. Non ho avuto fanciullezza.

[…] Non la conosco o non la rammento. L’ho saputa dai libri, dopo; la indovino, ora, nei ragazzi che vedo; l’ ho sentita e provata per la prima volta in me, passati i vent’anni, in qualche attimo felice di armistizio o di abbandono.

Fanciullezza è amore, è letizia, è spensieratezza ed io mi vedo nel passato, sempre, separato, triste, meditante.

Fin da ragazzo mi son sentito tremendamente solo e diverso – né so ilperché. Forse perché […] non ero nato come gli altri? Non so: ricordo soltanto che una zia giovane mi dette il soprannome di vecchio a sei o sett’anni e che tutti i parenti l’accettarono. E difatti me ne stavo il più del tempo serio e accigliato: discorrevo pochissimo, anche cogli altri ragazzi; i complimenti mi davan noia […] e al chiasso sfrenato dei compagni dell’età più bella preferivo la solitudine dei cantucci più riparati della nostra casa piccina, povera e buia. Ero, insomma, quel che le signore col cappello chiamano un “bambino scontroso” […].

Avevan ragione: dovevo essere, ed ero, tremendamente antipatico a tutti. E mi ricordo che sentivo benissimo intorno a me questa antipatia la quale mi faceva più timido, più malinconico, più imbronciato che mai.

Quando mi ritrovavo per caso con altri ragazzi non entravo quasi mai nei loro giochi. Mi piaceva star da parte a guardarli coi miei occhi verdi e seri di giudice e di nemico. Non per invidia: era piuttosto disprezzo quel che sentivo dentro in quei momenti. Fin da quel tempo incominciò la guerra fra me e gli uomini. Io li sfuggivo e loro mi trascuravano; non li amavo e mi odiavano. Fuori, nei giardini, chi mi scacciava e chi mi rideva dietro; scuola mi tiravano i riccioli o mi accusavano ai maestri; in campagna, anche in villa dal nonno, i ragazzi dei contadini mi tiravan le sassate, senza che avessi fatto nulla a nessuno, quasi sentissero ch’era d’un’altra razza. I parenti m’invitavano o mi carezzavano quando proprio non potevan farne ameno, per non mostrare dinanzi agli altri una parzialità troppo indecente, ma io m’accorgevo benissimo della finzione e dello sforzo e mi nascondevo e tacevo e ad ogni loro parola rispondevo sgarbato ed acerbo.

[…] A me tutto quel brusìo di festa economica e idiota faceva male

[…] all’anima. […]

Mi sentivo straniero lì dentro, e lontanissimo da tutti.

[…]E lì sentivo il mio piccolo cuore di solitario che batteva con veemenza, come se stessi per far un non so che di  male, per commettere un tradimento. […]

Sì, è vero: io non sono stato bambino. Sono stato un “vecchio” e un “rospo”  pensoso e scontroso. Fin da allora il meglio della mia vita era – dentro di me. Fin da quel tempo, tagliato fuori dall’affetto e della gioia, mi rintanavo, mi nascondevo, mi distendevo in me stesso, nell’anima, nella fantasticheria bramosa, nella solitaria ruminazione dell’io e del mondo rifatto attraverso l’io. Non c’era altro scampo, altra gioia per me. Non piacevo agli altri e l’odio mi rinchiuse nella solitudine.

La solitudine mi fece più triste e più spiacente; la tristezza mi chiuse il cuore ed aizzò il cervello. La diversità mi staccò anche dai prossimi e la separazione mi fece sempre più diverso. E fin da quel principio di vita cominciai a gustare, se non a capire, la virile dolcezza di quell’infinita e indefinita malinconia che non vuole sfoghi e consolazioni, ma che si consuma in sé stessa, senza scopo, creando a poco a poco quell’abitudine della vita interna, solitaria, egoista che ci allontana per sempre dagli uomini.

No: io non ho mai conosciuto la fanciullezza. Non ricordo affatto d’essere stato bambino. Mi rivedo, sempre, selvatico e soprappensiero, appartato e silenzioso […]

(Giovanni Papini, “Un uomo finito”, 1913, estratto dal capitolo primo)

Una foto dell'autore del brano, Giovanni Papini (Anni '20).
Una foto dell’autore del brano, Giovanni Papini (Anni ’20).

Sito ufficiale: http://www.giovannipapini.it/

Su Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Papini

Piccolo omaggio al nostro, su Youtube:

Exstra: l’immagine rappresenta “Lone Child” (1968) di Giosetta Fioroni;

articolo di approfondimento: http://www.artcritical.com/2013/05/22/giosetta-fioroni/

Principio di crudeltà

Anche gli uomini più intelligenti sono a volte crudeli. Gli
imbecilli lo sono in modo abnorme.

(Il viandante delle stelle – Jack London)

antoine  brutfoto di Antoine Brut