Le sanguisughe universali

I corpi delle creature viventi sono svaniti nella polvere, e la materia secolare li ha trasformati in pietre, acqua, nubi; le loro anime si sono fuse in un’anima sola.
La comune anima universale sono io. In me ci sono le anime di Alessandro il Grande e di Cesare, di Shakespeare e di Napoleone, e dell’ultima sanguisuga; e io ricordo tutto e rivivo in me da capo ogni singola vita.

A. Checov, da “Il gabbiano”

claude monet
opera di Claude Monet

Si è andata perduta la buona abitudine di frequentare testi teatrali, tant’è che questi rappresentano una porzione minima dell’editoria italiana.
Personalmente, la reputo un’occasione che si sceglie di perdere.
Un testo teatrale è totipotenza allo stato puro: può essere cucito e ricucito più volte da un regista o da un Lettore Modello (come direbbe Eco), ciò avvenga sulle tavole di legno o in quello spazio sterminato che è la fantasia umana.
Il teatro, mentre si fa leggere, si lascia caricare di senso, più – mia opinabile opinione – di un semplice testo di narrativa, dove tutto è de-finito e non possiamo inferire nulla al di fuori delle guide che il narratore ha tracciato per farvi scorrere le ante della sua stanza-armadio.
Si provi, ad esempio, a prendere il copione “Ubu cornuto“, di Alfred Jarry.
Se ne leggano le prime tre scene dell’atto primo.
Ad una prima lettura, le parole potrebbero sembrare cifre disposte su uno spazio bianco: sembrano quasi non parlare.
Si cerchi invece di immaginare – o addirittura di farsi voce – di quei dialoghi.
Immediatamente si scatena tutto l’apparato della nostra fantasia.
Che corpo ha Achras? Con che veemenza il corpulento Padre Ubu irrompe nella scena e negli spazi vitali del vecchio inventore?
Con che voce parla il primo? E il secondo?
Come entrambi prendono (o non lo fanno affatto) possesso della scena?

Questi sono dettagli fondamentali, spesso taciuti dalle lettere, ma che un buon drammaturgo sa determinare seminandoli come le molliche di pane di Hansel nel bosco della narrazione.
Sta a noi coglierne la disposizione, scegliere quale frammento di pagnotta picchettare col becco e quale lasciare in terra, beccato magari da un altro lettore/regista pennuto.
Sta qui la straordinaria libertà del teatro.
Ognuno ha il suo Kostja, la sua Nina – tornando a “Il gabbiano” di Checov – e nessuno potrà mai dire che quel Kostja o quella Nina siano frutto d’errore, quanto, semmai, frutto di una fervida immaginazione.

Maria Pia Dell’Omo

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Caducità dell’eterno, di Maria Pia Dell’Omo

Caducità dell’eterno

E cadono le stelle,
figlie di un pianto immemore,
tra le mille danze della luna,
in un vortice di arcani saperi
ed ancestrali dubbi.
E mi trovo su questa terra scura,
come un blocco di marmo candido.
Il passare delle stagioni non segna
il volto quanto il mio animo
solitario che disgrega e lascia cadere
i pezzi del mio inconscio,
mentre si riducono in briciole,
polvere che si annega
nelle immensità del cielo, che sospira
con un dolce vento eterno, che culla
le mie consapevolezze e i miei perché.
E ti ritrovo nei miei gesti e nei miei
pensieri e rivivo le nostre vite insieme
tra profumi d’incenso e di sandalo.
Foresta solitaria e vergine i cui alberi
s’innalzano al cielo dal suolo antico,
il mio mondo. Volti, nomi, dolori, gioie e sorrisi,
le mie vite.
E mentre questo mondo consuma
la corazza del mio essere,
di me non resta che il nocciolo scuro,
il nucleo intenso, che si cela dentro di me
avvolto da mille paure e da mille candori,
che vengono fagocitati dal passare di questi anni,
troppo crudi, troppo intensi, troppo aridi, troppo vividi.
Troppo di nulla, in fondo.
E in questa altalena sto perdendo i pezzi
dei miei sensi e cammino pur restando
immobile, tra fiori, rovi, fiumi e terre.
E respiro della polvere e affanno col pensiero.
E cerco un equilibrio meditativo, una costante,
una connessione tra i miei passi e i miei pensieri.
Accecata dalla nebbia continuo a correre
verso un morente sole
tra l’umido di morte paludi e spente lucciole.
E mi trovo sulle cime d’un aspro monte
non desiderando nulla e negando
a me stessa le mille verità
che il cosmo riversa
come candide lacrime sporche
su di me, in un anelito di speranza,
rifiuto dei rifiuti, mentre la staticità
di tutto mi corre dentro m’accorgo
che il diamante non c’è
nel mio oscuro cuore.
Tutto è oscuro e chiaro,
tutto è rose e spine,
ogni respiro è asfissia,
ogni bianco è intrinsecamente
nero, in ogni nero si cela
un cuore bianco,
ogni direzione è un labirinto,
ogni fiore una lama,
ogni cuore una roccia,
ogni vento è immobile.
E nell’incertezza mi dibatto,
agogno a cercare il corrispettivo
di una vita a rovescio,
andare via o aspettare,
urlare o tacere,
morire o vivere,
tutto s’abbraccia nelle sembianze
di una danza degli opposti
mentre in vero l’anima                                                                                                               nelle cose si fa beffa
di noi eterni ma brevi viventi,
e del nostro percepire,
che ci rende ciechi pur vedendo,
sordi pur udendo,
spenti pur vivendo.

***

Dal libro Atlantide – Sugli abissi del cuore (Ed. Il Filo, 2007), di Maria Pia Dell’Omo

Edito nel  2010 sulla piattaforma: Blog degli Autori, di Nicla Morletti ,  nella sezione “Esordienti”.

link: http://www.blogdegliautori.it/mariapia/atlantide-sugli-abissi-del-cuore/

koh-ker-tower-tree-cambogia

(Koh Keh tower tree, Cambodia)

Durante l’estate dei miei sedici anni scrissi questi versi, che ora forse avrei scritto diversamente.  Non importa, li accetto per quello che sono, con tutte le loro imperfezioni. Trovo identità, invece, nella bramosia della ricerca, seppur ora sia più dilatata, meno frenetica. Chissà, l’ardore dell’adolescenza…e il suo tempo senza tempo…

Maria Pia Dell’Omo

 

Gli incipit raffinati di Jean-Paul Sartre

 

I.

La signora Darbérat teneva un rahat lukùm tra le dita.

L’avvicinò alle labbra con precauzione e trattenne il respiro, temendo di dissipare col fiato il sottile velo di zucchero di cui era cosparso:  « È alla rosa », si disse. Bruscamente diede un morso a quella carne vetrificata e un sapore d’acqua stagnante le riempì la bocca.  « È strano come la malattia acuisca le sensazioni ». Si mise a pensare a moschee, a orientali ossequiosi, (era stata ad Algeri durante il viaggio di nozze) e le sue labbra pallide abbozzarono un sorriso: anche il rahat lukùm era ossequioso.

Dovette passare a più riprese  il palmo della mano sulle pagine del libro che, nonostante le sue precauzioni, si eran coperte d’un sottile strato di polvere bianca. Le sue mani facevano scivolare, rotolare, stridere i granellini di zucchero sulla carta liscia. « Questo mi ricorda Archacon, quando leggevo sulla spiaggia ».

Aveva passato al mare l’estate del 1907. Portava in quel tempo un gran cappello di paglia con un nastro verde; s’installava proprio vicino al molo con un romanzo di Gyp o di Colette Yver.

Il vento le faceva piovere sulle ginocchia mulinelli di sabbia e, di tanto in tanto, ella scoteva il libro tenendolo per gli angoli. Era proprio la stessa sensazione: solo che i granellini di sabbia eran del tutto asciutti mentre questi piccoli detriti di zucchero le si appiccicavano un po’ alla punta delle dita. Rivide una striscia di cielo grigio-perla che sovrastava un mare nero. « Eva non era ancora nata ».

Si sentiva tutta piena di ricordi e preziosa come uno scrigno di sandalo.

(Incipit de “La camera” di Jean-Paul Sartre, da «Il muro », Ed. Einaudi, pag. 35)

stanisdessyL’ incipit, nelle strutture narrative brevi, deve contenere in sé la chiave della  storia che si andrà a sviluppare – i cosiddetti “semi della tragedia”.  A differenza della narrazioni più lunghe, come i romanzi, bisogna però condensare tutti i propri intenti in poche righe. Il punto di vista adoperato è quello degli occhi della signora Darbérat, cui lo scrittore “si accomoda”, scegliendo un ritmo narrativo che  immetta il fruitore nella forma mentis del suo personaggio. La ricchezza delle descrizioni, l’ossessione compiaciuta dei particolari, dicono molto – anticipano! – dell’avidità cui lo stato di malattia ha condotto la signora.

Ulteriore considerazione: se si sostituissero le pagine e l’inchiostro alla cinepresa, la resa sarebbe pressappoco la medesima; Sartre riesce cioè – e forse è dovuto alla mentalità da drammaturgo – a descrivere una perfetta scena riprendendone i dettagli visivi, sonori, olfattivi. La sua scrittura è carica di senso.

Di sicuro, un esempio di cui tener conto per un aspirante scrittore di finzioni, siano esse letterarie, teatrali o cinematografiche.

Maria Pia Dell’Omo

 

Note al racconto:

rahat lukum: lokum o harat al-qum, dolce tipico arabo.

Colette Yver: scrittrice cattolica francese (1874-1953) , Prix Femina nel 1907 per Princesses de science, romanzo femminista

Exstra: dipinto di Stanis Dessy, ritratta, la moglie Ada

Stanis Dessy: un articolo di approfondimento http://www.ilpickwick.it/index.php/arte/item/1671-estratto-secco-studio-su-stanis-dessy

Infinita solitudine

Solitudine

Io non son mai stato bambino. Non ho avuto fanciullezza.

[…] Non la conosco o non la rammento. L’ho saputa dai libri, dopo; la indovino, ora, nei ragazzi che vedo; l’ ho sentita e provata per la prima volta in me, passati i vent’anni, in qualche attimo felice di armistizio o di abbandono.

Fanciullezza è amore, è letizia, è spensieratezza ed io mi vedo nel passato, sempre, separato, triste, meditante.

Fin da ragazzo mi son sentito tremendamente solo e diverso – né so ilperché. Forse perché […] non ero nato come gli altri? Non so: ricordo soltanto che una zia giovane mi dette il soprannome di vecchio a sei o sett’anni e che tutti i parenti l’accettarono. E difatti me ne stavo il più del tempo serio e accigliato: discorrevo pochissimo, anche cogli altri ragazzi; i complimenti mi davan noia […] e al chiasso sfrenato dei compagni dell’età più bella preferivo la solitudine dei cantucci più riparati della nostra casa piccina, povera e buia. Ero, insomma, quel che le signore col cappello chiamano un “bambino scontroso” […].

Avevan ragione: dovevo essere, ed ero, tremendamente antipatico a tutti. E mi ricordo che sentivo benissimo intorno a me questa antipatia la quale mi faceva più timido, più malinconico, più imbronciato che mai.

Quando mi ritrovavo per caso con altri ragazzi non entravo quasi mai nei loro giochi. Mi piaceva star da parte a guardarli coi miei occhi verdi e seri di giudice e di nemico. Non per invidia: era piuttosto disprezzo quel che sentivo dentro in quei momenti. Fin da quel tempo incominciò la guerra fra me e gli uomini. Io li sfuggivo e loro mi trascuravano; non li amavo e mi odiavano. Fuori, nei giardini, chi mi scacciava e chi mi rideva dietro; scuola mi tiravano i riccioli o mi accusavano ai maestri; in campagna, anche in villa dal nonno, i ragazzi dei contadini mi tiravan le sassate, senza che avessi fatto nulla a nessuno, quasi sentissero ch’era d’un’altra razza. I parenti m’invitavano o mi carezzavano quando proprio non potevan farne ameno, per non mostrare dinanzi agli altri una parzialità troppo indecente, ma io m’accorgevo benissimo della finzione e dello sforzo e mi nascondevo e tacevo e ad ogni loro parola rispondevo sgarbato ed acerbo.

[…] A me tutto quel brusìo di festa economica e idiota faceva male

[…] all’anima. […]

Mi sentivo straniero lì dentro, e lontanissimo da tutti.

[…]E lì sentivo il mio piccolo cuore di solitario che batteva con veemenza, come se stessi per far un non so che di  male, per commettere un tradimento. […]

Sì, è vero: io non sono stato bambino. Sono stato un “vecchio” e un “rospo”  pensoso e scontroso. Fin da allora il meglio della mia vita era – dentro di me. Fin da quel tempo, tagliato fuori dall’affetto e della gioia, mi rintanavo, mi nascondevo, mi distendevo in me stesso, nell’anima, nella fantasticheria bramosa, nella solitaria ruminazione dell’io e del mondo rifatto attraverso l’io. Non c’era altro scampo, altra gioia per me. Non piacevo agli altri e l’odio mi rinchiuse nella solitudine.

La solitudine mi fece più triste e più spiacente; la tristezza mi chiuse il cuore ed aizzò il cervello. La diversità mi staccò anche dai prossimi e la separazione mi fece sempre più diverso. E fin da quel principio di vita cominciai a gustare, se non a capire, la virile dolcezza di quell’infinita e indefinita malinconia che non vuole sfoghi e consolazioni, ma che si consuma in sé stessa, senza scopo, creando a poco a poco quell’abitudine della vita interna, solitaria, egoista che ci allontana per sempre dagli uomini.

No: io non ho mai conosciuto la fanciullezza. Non ricordo affatto d’essere stato bambino. Mi rivedo, sempre, selvatico e soprappensiero, appartato e silenzioso […]

(Giovanni Papini, “Un uomo finito”, 1913, estratto dal capitolo primo)

Una foto dell'autore del brano, Giovanni Papini (Anni '20).
Una foto dell’autore del brano, Giovanni Papini (Anni ’20).

Sito ufficiale: http://www.giovannipapini.it/

Su Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Papini

Piccolo omaggio al nostro, su Youtube:

Exstra: l’immagine rappresenta “Lone Child” (1968) di Giosetta Fioroni;

articolo di approfondimento: http://www.artcritical.com/2013/05/22/giosetta-fioroni/

Principio di crudeltà

Anche gli uomini più intelligenti sono a volte crudeli. Gli
imbecilli lo sono in modo abnorme.

(Il viandante delle stelle – Jack London)

antoine  brutfoto di Antoine Brut