Un secolo in due: Achmatova e Achmadulina

Anna Achmatova odiava l’appellativo “poetessa”; a questo preferiva quello maschile di “poeta”. Sul vero cognome, che era Gorenko, «quando venne a sapere delle mie poesie, (mio padre) mi disse: “non infangare il mio nome”. “Non so che farmene del tuo nome” gli risposi». Decise di chiamarsi con il cognome tataro di una antenata principessa che sposò Khan Akhmat, discendente di Gengis Khan. Al 1912 risale la sua prima opera, La sera, cui seguirono altre sillogi, tutte aderenti al movimento poetico definito “acmeismo”, di cui fu principale fautore il primo marito, Nikolaj Stepanovič Gumilëv, fucilato nel 1921 con l’accusa di attività controrivoluzionaria e la di cui poesia fu proibita durante il regime sovietico. Persino Lev, il suo unico figlio, fu imprigionato in quanto figlio di Gumilëv  diverse volte nel periodo delle grandi purghe, fino alla condanna nel 1949 a 15 anni di lavori forzati. Fu liberato nel 1956. Anna, che dall’uccisione di Gumilëv aveva taciuto i suoi versi per una ventina d’anni, per salvare la vita a suo figlio arrivò a scrivere versi di ossequio al regime nel 1950, salvo poi non farli più inserire nelle riedizioni delle sue opere. Non abbandonò mai la Russia, tanto che la poetessa Marina Cvetaeva la chiamò “Anna di tutte le Russie”:

«no, non sotto un cielo straniero, /non al riparo di ali straniere: /io ero allora col mio popolo,/ là dove, per sventura, il mio popolo era» ;

«invecchiammo di cent’anni, e accadde / nel corso di un’ora sola» ;

«Io sono la vostra voce, il calore del vostro fiato,/ il riflesso del vostro volto, /i vani palpiti di vane ali…/ fa lo stesso, sino alla fine io sto con voi» ;

«una voce mi giunse. Suadente /mi chiamava, diceva:/ Vieni qua, / lascia il paese sordo e peccatore,/ lascia la Russia per sempre. /(…)/ Io mi tappai le orecchie con le mani, / perché l’indegno discorso,/ non profanasse l’anima dolente».

Nel 1946 l’alto gerarca comunista Andrej Z’danov accusò la sua poesia di essere «intimista» e «da camera» e la definì  un «peccato», la colpa peggiore che si possa commettere in un’età di «impegno» politico e civile – mentre, invece, il suo poema che denunciava gli orrori del regime staliniano, Requiem, fu censurato e tramandato a memoria da alcune amiche poetesse, fino a vedere la luce negli anni Sessanta. Definita «un incrocio tra puttana e suora», fu espulsa dall’Unione dei letterati sovietici. L’Achmatova si mantenne, quindi,  traducendo .
Nel 1964, anche se malata, fu autorizzata a partire per l’estero per ricevere il premio poesia Etna-Taormina e nel 1965 la laurea honoris causa all’università di Oxford.

Raccontiamo di Anna con due poesie.

La prima, tratta dalle sue opere giovanili e scritta a Carskoe Selo,dove ha vissuto sino all’adolescenza, rivela delicatezza, bellezza del minimo e sensualità apollinea quali primizie della sua poetica, quella che, maturando e ammantandosi di strazio,  conquisterà, ispirerà e diverrà la voce addolorata delle donne di tutta la Russia – e, in seguito, del mondo, come svela la seconda poesia che proponiamo.

 

 

 

Lascio la casa bianca e il muto giardino.
Deserta e luminosa mi sarà la vita.
Nessuna donna saprà cullarti
come io ti celebro nei miei versi:
non scordare la tua cara amica
nell’Eden che hai creato per i suoi occhi,
per me che spaccio una merce rarissima
e vendo il tuo tenerissimo amore.

Anna Andreevna Achmatova

Carskoe Selo, 27 febbraio 1913

(Traduzione di Gene Immediato; da “Stormo Bianco”, Edizioni San Paolo, 1995)

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(Dipinto di Natalia Goncharova,Queen of Shamakhan, from Le Coq d’Or, 1913)

Sentirai il tuono e mi rammenterai,
penserai: desiderava la bufera…
Sarà una striscia di cielo accesa di rosso,
e il cuore come allora in fiamme.
E ciò accadrà nel giorno moscovita
in cui abbandonerò per sempre la città,
muoverò verso il bramato riparo,
lasciando in mezzo a voi ancora la mia ombra.

( “Quasi in un album”, da “La rosa di macchia fiorisce”, 1966, anno della morte della poeta, probabilmente una poesia di commiato)

«Il XX secolo ebbe inizio nell’autunno dell’anno 1914 insieme con la guerra, così come il XIX s’iniziò con il Congresso di Vienna. Le date del calendario non hanno significato» – Anna Andreevna Achmatova (Bol’šoj Fontan 1889 – Mosca 1966)

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Bella Achmadulina (Mosca, 10 aprile 1937 – Mosca, 29 novembre 2010)

Rappresentante della nuova generazione poetica poststaliniana, assieme al marito Evgenij EvtušenkoAndrej Voznesenskij, Bella Achmadulina restò, come Anna Achmatova, nel suo amaro paese.

Nasce nel ’37, in pieno regime, negli anni del “grande terrore”.

Su “Pràvo lidu”, in quell’anno, comparivano questi versi: “Quel che puoi leggere sui giornali, / è solo un gioco, non ci si crede / e le scene che esalano orrore, / la paura è il loro suggeritore. // Quel che puoi leggere sui giornali, / è solo un gioco, per divertire il mondo. / Sol che la fine – la puzza del sangue umano / purtroppo è proprio vera.”

Inizia a comporre da piccolissima e, da ragazza, viene ammessa all’Istituto di Letteratura “Maksim Gor’kij”, dal quale fu però espulsa nel 1959 per essersi opposta alla campagna contro Boris Pasternak (vincitore nel 1958 con il romanzo di denunzia,Doktor Živago, del Premio Nobel per la Letteratura , che non poté ritirare per motivi politici) – sarà riammessa l’anno successivo, laureandosi a pieni voti.

La sua prima pubblicazione, La corda,  risale al 1962.

Assieme al marito, si impegnava a diffondere i samizdat, ciclostili di protesta su veline; inoltre, più di una volta è infatti intervenuta a favore degli intellettuali perseguitati dal regime, come Sakharov, Kopelev, Vladimov, Vojnovich. I suoi interventi in loro difesa sono stati pubblicati dal “New York Times” e trasmessi più di una volta da radio “Svoboda” e “La voce dell’America”.

Tuttavia, nella scrittura fu meno polemica di Evtušenko , che denunciava il perdurare dello stalinismo e rivendicava la libertà di espressione dell’artista. Sulle possibilità espressive dell’artista stesso si interrogava anche lei, ma in maniera diversa, più metaforica, nel pieno stile di quelle che sono anche le sue liriche amorose.

Le sue poesie d’amore riscossero un grande successo, tanto da essere musicate in romanze o da diventare colonne sonore di film russi o accolte in stadi e teatri, recitate dall’autrice stessa. Molto devota a Puškin, Gogol’, Cvetàeva, , Pasternak e alla stessa Achmàtova, che amò anche rivisitare, per i critici russi ne è la piena erede e il mondo della letteratura la celebra come una delle più grandi poetesse russe.

 

La presentiamo con una delle sue melanconiche liriche d’amore.

 

 

Non posso gridare. Non posso chiamarti.

Nel silenzio tutto è fragile, di vetro.
La testa reclinata sulla leva,
anche il telefono dorme.

Attraversando la città addormentata
voglio arrivare ad un vicolo bianco,
voglio accostarmi alla tua finestra,
in gran silenzio, e teneramente.

Nasconderò nelle mie mani l’eco
del sonoro disgelo delle strade.
Spegnerò le fiammelle dei lampioni
perché non si sveglino i tuoi occhi.

Ordinerò alla primavera
di soffocare le sue voci notturne.
Allora, sei così tu quando dormi?
Le tue mani hanno perso vita…

la stanchezza furtiva si è annidata
nel folto delle rughe, intorno agli occhi.
Domani voglio baciarli a lungo, a lungo
perché non ne resti il ricordo.

Veglierò il tuo sonno fino all’alba,
andrò via col vento fresco del mattino,
dimenticando le mie orme sulla neve
tra le foglie dell’anno passato.

Bella Achatovna Achmadulina

(Traduzione di Serena Vitale; da “Tenerezza e altri addii”, Guanda, Parma, 1971)

 

“Con Bella la Russia ha perso un altro grande poeta, degna erede della Akhmatova e della Cvetaeva. Bella era un esempio non solo di devozione alla poesia, ma anche di nobiltà d’animo civile. Si è sempre schierata con coraggio dalla parte di coloro che venivano a trovarsi nel bisogno” – Evtušenko , commentando la dipartita della  ex compagna, nel 2010.

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Bibliografia online:

 

https://poesiainrete.wordpress.com/category/poeti-russi/page/5/

Anna Achmatova

http://www.unive.it/media/allegato/dep/n22-2013/06_Dundovich.pdf

http://annaachmatova.altervista.org/Carta_e_bit/Notizie/notizie.html

http://annaachmatova.altervista.org/Carta_e_bit/Web/web.html

http://annaachmatova.altervista.org/

http://www.dmoz.org/World/Italiano/Arte/Letteratura/Autori/A/Achmatova,_Anna/

http://www.arcarussa.it/forum/bella-akhmadulina-1937-2010-vt4485.html

http://www.worldcat.org/identities/lccn-n83-141578/

http://www.worldcat.org/title/three-russian-women-poets-anna-akhmatova-marina-tsvetayeva-bella-akhmadulina/oclc/9762057

 

Su Natalia Goncharova:

http://arthistoryproject.com/artists/natalia-goncharova/

Natalia Goncharova

 

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La divulgazione poetica “dal basso”

Ho deciso, lo scorso Aprile, di inaugurare un Laboratorio di Poesia, intesa come “azione” creatrice – e quindi rivolto ai poeti delle forme linguistiche, pittoriche, musicali e performative di vario genere.

Dal primo appuntamento, la tipologia di incontro ha riscontrato l’entusiamo dei presenti, che hanno partecipato con presenza emotiva, psicologica e fisica alle quattro fasi in cui divido ogni appuntamento.

Per me era importante creare un’occasione simile perché ho notato – negli anni di giornalismo e di curiosità personale – una disumanizzazione del rapporto  dell’uomo con l’arte.

Mio scopo era quindi quello di ritrovare – assieme – la gioia primigenia del creare, senza aspettative e senza giudizi, in un ambiente “aperto”, ma sicuro, protetto dalle gabbie del narcisismo, del desiderio di accettazione, della voglia di avere “tanti likes” ed affini.

L’arte, in prima istanza, è strumento dorato che ci conferisce il privilegio di leggere negli altri il Bello, il Giusto, il Vero – ognuno di noi ne è frammento e nessuno ne è escluso.

Il “Laboratorio di SperimentAzione Poetica” continua ad evolversi ed è sempre più aperto alla cancellazione di frontiere, per apprezzare le differenze  culturali e linguistiche degli altri popoli.

Nel suo secondo appuntamento, infatti, ho avuto il piacere di avere ospiti il Dott. Vincenzo Restivo , scrittore e Professore di lingua spagnola e portoghese presso un istituto superiore locale, e la Dott.ssa Chiara Costanzo, impegnata nella diffusione e divulgazione delle culture orientali, nonché docente di Arabo.

Vincenzo ha portato una sua traduzione di una poesia di Ana Paula Ribeiro Tavares, (qui il video), leggendola in Portoghese e in Italiano, mentre Chiara ha portato una poesia della  poetessa Joumana Haddad, leggendola in arabo e chiedendo a me di leggere la sua traduzione in Italiano. Ne è venuta fuori una bella performance italoaraba !

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A sinistra, io, a  destra, Chiara Costanzo. Foto di Esse Alfredo.

Questo momento dedicato all’intercultura, è sempre rivolto ai contemporanei, perché credo fortemente noi poeti non dobbiamo trattarci “da morti” – possiamo scrivere finché siamo in vita, parafrasando Michelle Houellebecq, ed emozionarci attraverso l’emozione che stiamo ricevendo e donando al contempo.

Leggere, proporre o tradurre un contemporaneo – dargli la possibilità di affacciarsi ad un palco per la prima volta, di provare quanto bruci il suo fuoco -la ritengo esperienza fondamentale per la formazione di un poeta in nuce e in divenire   .

Proprio per questo, la partecipazione agli eventi è totalmente gratuita.

Link agli eventi Facebook: 

Primo appuntamento

Secondo appuntamento

Link agli album Facebook del Laboratorio:

Prima data  – 27.04.2016 

Seconda data – 25.05.2016

Per informazioni , scrivere a maria.dellomo@yahoo.com

Ausencia – Inno alla Solitudine

La voce di Cesària Évora (1941-2011) in questa “morna” – canzone tipica capoverdiana intrisa di malinconia e desiderio – è un pennello largo dalle setole compatte che accarezza la tela di queste tristi e profonde parole.

Si asa um tivesse
Pa voa na esse distancia
Si um gazela um fosse
Pa corre sem nem um cansera

Anton ja na bo seio
Um tava ba manche
E nunca mas ausencia
Ta ser nos lema

Ma so na pensamento
Um ta viaja sem medo
Nha liberdade um te’l
E so na nha sonho

Na nha sonho mieforte
Um tem bo protecao
Um te so bo carinho
E bo sorriso

Ai solidao to’me
Sima sol sozim na ceu
So ta brilha ma ta cega
Na se clarao
Sem sabe pa onde lumia
Pa onde bai
Ai solidao e un sina…

kiki lima12

(dipinto di Kiki Lima, artista caboverdiano)
Traduzione

Se avessi ali
per ricoprire questa distanza,
se fossi una gazzella
che corre senza stancarsi mai,

Allora tra le tue braccia
io starei
e la parola assenza mai più
sarebbe tra noi

Ma solo nei tuoi pensieri
io viaggio senza paura
Sono libera soltanto
dei miei stessi sogni

In quelli più arditi
ho la tua protezione
ho le tue cure
e il tuo sorriso

Oh, solitudine!
Lì c’è il sole, tutto solo, su nel cielo.
Brilla, ma è cieco
nella sua luce
senza sapere dove diffondere il suo chiarore,
né dove andare.

Il piccolo capolavoro di Kirsten Lepore, un cortometraggio realizzato in stop-motion intitolato “Bottle“, rappresenta in maniera egregia le emozioni evocate dalla canzone.

Exstra:

Official site di Kirsten Lepore http://www.kirstenlepore.com/

Vimeo di Kirsten Lepore https://vimeo.com/kirstenlepore

Pagina Facebook di Kirsten Lepore https://www.facebook.com/kirstenlepore/

Omaggio del cantautore francese Stromae a Cesària: https://www.youtube.com/watch?v=rO1VDCZh_Ko

Piccola Galleria su Kiki Lima , pittore originario di Capo Verde

 

 

 

 

Gli incipit raffinati di Jean-Paul Sartre

 

I.

La signora Darbérat teneva un rahat lukùm tra le dita.

L’avvicinò alle labbra con precauzione e trattenne il respiro, temendo di dissipare col fiato il sottile velo di zucchero di cui era cosparso:  « È alla rosa », si disse. Bruscamente diede un morso a quella carne vetrificata e un sapore d’acqua stagnante le riempì la bocca.  « È strano come la malattia acuisca le sensazioni ». Si mise a pensare a moschee, a orientali ossequiosi, (era stata ad Algeri durante il viaggio di nozze) e le sue labbra pallide abbozzarono un sorriso: anche il rahat lukùm era ossequioso.

Dovette passare a più riprese  il palmo della mano sulle pagine del libro che, nonostante le sue precauzioni, si eran coperte d’un sottile strato di polvere bianca. Le sue mani facevano scivolare, rotolare, stridere i granellini di zucchero sulla carta liscia. « Questo mi ricorda Archacon, quando leggevo sulla spiaggia ».

Aveva passato al mare l’estate del 1907. Portava in quel tempo un gran cappello di paglia con un nastro verde; s’installava proprio vicino al molo con un romanzo di Gyp o di Colette Yver.

Il vento le faceva piovere sulle ginocchia mulinelli di sabbia e, di tanto in tanto, ella scoteva il libro tenendolo per gli angoli. Era proprio la stessa sensazione: solo che i granellini di sabbia eran del tutto asciutti mentre questi piccoli detriti di zucchero le si appiccicavano un po’ alla punta delle dita. Rivide una striscia di cielo grigio-perla che sovrastava un mare nero. « Eva non era ancora nata ».

Si sentiva tutta piena di ricordi e preziosa come uno scrigno di sandalo.

(Incipit de “La camera” di Jean-Paul Sartre, da «Il muro », Ed. Einaudi, pag. 35)

stanisdessyL’ incipit, nelle strutture narrative brevi, deve contenere in sé la chiave della  storia che si andrà a sviluppare – i cosiddetti “semi della tragedia”.  A differenza della narrazioni più lunghe, come i romanzi, bisogna però condensare tutti i propri intenti in poche righe. Il punto di vista adoperato è quello degli occhi della signora Darbérat, cui lo scrittore “si accomoda”, scegliendo un ritmo narrativo che  immetta il fruitore nella forma mentis del suo personaggio. La ricchezza delle descrizioni, l’ossessione compiaciuta dei particolari, dicono molto – anticipano! – dell’avidità cui lo stato di malattia ha condotto la signora.

Ulteriore considerazione: se si sostituissero le pagine e l’inchiostro alla cinepresa, la resa sarebbe pressappoco la medesima; Sartre riesce cioè – e forse è dovuto alla mentalità da drammaturgo – a descrivere una perfetta scena riprendendone i dettagli visivi, sonori, olfattivi. La sua scrittura è carica di senso.

Di sicuro, un esempio di cui tener conto per un aspirante scrittore di finzioni, siano esse letterarie, teatrali o cinematografiche.

Maria Pia Dell’Omo

 

Note al racconto:

rahat lukum: lokum o harat al-qum, dolce tipico arabo.

Colette Yver: scrittrice cattolica francese (1874-1953) , Prix Femina nel 1907 per Princesses de science, romanzo femminista

Exstra: dipinto di Stanis Dessy, ritratta, la moglie Ada

Stanis Dessy: un articolo di approfondimento http://www.ilpickwick.it/index.php/arte/item/1671-estratto-secco-studio-su-stanis-dessy

Tomàs Segovia e il mistero della donna

Dimmi donna dove nascondi il tuo mistero
donna acqua pesante volume trasparente
più segreta quanto più ti spogli
quale è la forza del tuo splendore inerme
la tua abbagliante armatura di bellezza
dimmi non posso più con tante armi
donna seduta sdraiata abbandonata
insegnami il riposo il sonno e l’oblio
insegnami la lentezza del tempo
donna tu che convivi con la tua carne ignominiosa
come accanto ad un animale buono e calmo
donna nuda di fronte all’uomo armato
togli dalla mia testa questo casco d’ira
calmami guariscimi stendimi sulla fresca terra
toglimi questi vestiti di febbre che mi asfissiano
sommergimi indeboliscimi avvelena il mio pigro sangue
donna roccia della tribù sbandata
discingimi queste maglie e cinture di rigidezza e paura
con cui mi atterrisco e ti atterrisco e ci separo
donna oscura e umida pantano edenico
voglio la tua larga fragrante robusta sapienza,
voglio tornare alla terra e ai suoi succhi nutritivi
che corrono sul tuo ventre e i tuoi seni e irrigano la tua carne
voglio recuperare il peso e la completezza
voglio che tu m’inumidisca, m’ammolli, m’effemini
per capire la femminilità, la morbidezza umida del mondo
voglio appoggiata la fronte nel tuo grembo materno
tradire il ferreo esercito degli uomini
donna complice unica terribile sorella
dammi la mano torniamo ad inventare il mondo noi due soli

voglio non distaccare mai gli occhi da te
donna statua fatta di frutta colomba cresciuta
lasciami sempre vedere la tua misteriosa presenza
il tuo sguardo di ala e seta e lago nero
il tuo corpo tenebroso e raggiante plasmato di slancio senza incertezze
il tuo corpo infinitamente più tuo che per me quello mio
e che dai di slancio senza incertezze senza tenerti niente
il tuo corpo pieno e uno illuminato tutto di generosità
donna mendicante prodiga porto del pazzo Ulisse
non permettere che io dimentichi mai la tua voce di uccello memorioso
la parola calamitata che nel tuo intimo pronunci sempre nuda
la parola sempre giusta di folgorante ignoranza
la selvaggia purezza del tuo amore insensato
delirante senza freno abbrutito inviziato
il gemito nettissimo della tenerezza
lo sguardo pensieroso della prostituzione
la cruda chiara verità
dell’amore che assorbe e divora e si alimenta
l’invisibile zampata della divinazione
l’accettazione la comprensione la sapienza senza strade
la spugnosa maternità terreno di radici
donna casa del doloroso vagabondo
dammi da mordere la frutta della vita
la stabile frutta di luce del tuo corpo abitato
lasciami reclinare la mia fronte funesta
sul tuo grave grembo di paradiso boscoso
spogliami acquietami guariscimi di questa colpa acre
di non essere sempre armato ma soltanto io stesso.

 

Auguste Rodin, Disegno

(Un disegno di Auguste Rodin)

Versione originale: Dime mujer

Dime mujer dónde escondes tu misterio
mujer agua pesada volumen transparente
más secreta cuando más te desnudas
cuál es la fuerza de tu esplendor inerme
tu deslumbrante armadura de belleza
dime no puedo ya con tantas armas
mujer sentada acostada abandonada
enséñame el reposo el sueño y el olvido
enséñame la lentitud del tiempo
mujer tú que convives con tu ominosa carne
como junto a un animal bueno y tranquilo
mujer desnuda frente al hombre armado
quita de mi cabeza este casco de ira
cálmame cúrame tiéndeme sobre la fresca tierra
quítame este ropaje de fiebre que me asfixia
húndeme debilítame envenena mi perezosa sangre
mujer roca de la tribu desbandada
descíñeme estas mallas y cinturones de rigidez y miedo
con que me aterro y te aterro y nos separa
mujer oscura y húmeda pantano edénico
quiero tu ancha olorosa robusta sabiduría
quiero volver a la tierra y sus zumos nutricios
que corren por tu vientre y tus pechos y que riegan tu carne
quiero recuperar el peso y la rotundidad
quiero que me humedezcas me ablandes me afemines
para entender la feminidad la blandura húmeda del mundo
quiero apoyada la cabeza en tu regazo materno
traicionar al acerado ejército de los hombres
mujer cómplice única terrible hermana
dame la mano volvamos a inventar el mundo los dos solos
quiero no apartar nunca de ti los ojos
mujer estatua hecha de frutas paloma crecida
déjame siempre ver tu misteriosa presencia
tu mirada de ala y de seda y de lago negro
tu cuerpo tenebroso y radiante plasmado de una vez sin titubeos
tu cuerpo infinitamente más tuyo que para mí el mío
y que entregas de una vez sin titubeos sin guardar nada
tu cuerpo pleno y uno todo iluminado de generosidad
mujer mendiga pródiga puerto del loco Ulises
no me dejes olvidar nunca tu voz de ave memoriosa
tu palabra imantada que en tu interior pronuncias siempre desnuda
tu palabra certera de fulgurante ignorancia
la salvaje pureza de tu amor insensato
desvariado sin freno brutalizado enviciado
el gemido limpísimo de la ternura
la pensativa mirada de la prostitución
y la clara verdad cruda
del amor que sorbe y devora y se alimenta
el invisible zarpazo de la adivinación
la aceptación la comprensión la sabiduría sin caminos
la esponjosa maternidad terreno de raíces
mujer casa del doloroso vagabundo
dame a morder la fruta de la vida
la firme fruta de luz de tu cuerpo habitado
déjame recostar mi frente aciaga
en tu grave regazo de paraíso boscoso
desnúdame apacíguame cúrame de esta culpa ácida
de no ser siempre armado sino sólo yo mismo.

Tomàs Segovia  (1927-2011)

Scrittore, poeta, saggista spagnolo naturalizzato messicano. Professore di Francese, di Letteratura, fondatore di un progetto di approfondimento e insegnamento della traduzione, coinvolto nella stesura nel Dizionario di Spagnolo del Messico; vincitore della beca Guggenheim nel 1950 e di numerosi premi letterari. Si dedicò inoltre al cinema e alla radio.

Dime Mujer sarà sicuramente bellissima in Italiano, ma vi invito a conoscere il suo suono natio, nella sezione Exstra, in fondo  al post.

Exstra:

La poesia, declamata nell’idioma originario

 

e, ancora:

http://www.palabravirtual.com/index.php?ir=ver_voz.php&wid=447&t=Dime+mujer&p=Tom%E1s+Segovia&o=Tom%E1s+Segovia

Una lirica di Segovia: http://natakarla.blogspot.it/2012/04/quello-che-ho-tomas-segovia.html

Piccolo esperimento:

Ho chiesto ad una persona amica di interpretare il sonoramente il disegno di Rodin. Mi ha risposto con un brano dalle tinte gotiche – il prossimo appuntamento con il blog sarà dunque su Rodin e in particolare incentrato su una sua opera “gotica”. Cosa ne pensate?

Intanto, vi lascio il brano, che contiene ampi stralci de “La maschera della morte rossa” (1842) di Edgar Allan Poe, cui si ispira.

Per accompagnare la poesia e le sue sonorità, invece, propongo una czarda (“ciarda”) di Monti, interpretata con il mandolino

 

L’idiota al centro della festa: trittico di Mariangela Gualtieri

Per tutte le costole bastonate e rotte.
Per ogni animale sbalzato dal suo nido
e infranto nel suo meccanismo d’amore.
Per tutte le seti che furono saziate
fino alle labbra spaccate alla caduta
e all’abbaglio. Per i miei fratelli
nelle tane. E le mie sorelle
nelle reti e nelle tele e nelle
sprigionate fiamme e nelle capanne
e rinchiuse e martoriate. Per le bambine
mie strappate. E le perle nel fondale
marino. Per l’inverno che mi piace
e l’urlo della ragazza
quel suo tentare la fuga invano.

Per tutto questo conoscere e amare
eccomi. Per tutto penetrare e accogliere
eccomi. Per ondeggiare col tutto
e forse cadere eccomi
che ognuno dei semi inghiottiti
si farà in me fiore
fino al capogiro del frutto lo giuro.

Che qualunque dolore verrà
puntualmente cantato, e poi anche
quella leggerezza di certe
ore, di certe mani delicate, tutto sarà
guardato mirabilmente
ascoltata ogni onda di suono, penetrato
nelle sue venature ogni canto ogni pianto
lo giuro adesso che tutto è
impregnato di spazio siderale.
Anche in questa brutta città appare chiaro
sopra i rumorosissimi bar
lo spettro luminoso della gioia.
Questo lo giuro.

(a Sabrina M.)

***

E ci innamoriamo                                                                                                                                 ancora una volta e ancora
scatta la molla del cuore
e l’intesa fra regni
con musi con pietre con ali
sappiamo la melodia sottesa
come l’idiota che ride
al centro della festa anche noi
fatti nota riverberante. Fra tante.
Fra tante.

***

Ogni frutto

strige il seme come giurando.

Cadendo giura e in forma di radice risponde

alla terra che chiama. Alla terra che canta

la promessa infinita. C’è solo vita

niente altro. Solo vita.

[ Poesie estratte da “Bestia di Gioia” (Einaudi), sezione Naturale Sconosciuto ]

(L’albero di Piet Mondrian, pittore neoplasticista)

Breve commento:

In Naturale Sconosciuto, Mariangela Gualtieri si interroga, come fece Blake in “The Tyger” , su “quale cuore mancante / così traboccante di mancanza” abbia generato il creato che circonda l’essere umano, che dipinge nella sezione Sponda degli Insonni come apocalitticamente destinato alla dimenticanza, all’ignorare l’altro-da-sé (“oh! come raglia il fratello legato più sotto / come grida ora. E non capiamo), scrutato da uno sguardo divino che accompagna, eternamente, tutto ciò che è creatura (“ma tu dall’alto provi che cosa / se guardi come me che guardo”).

In Naturale Sconosciuto la natura si fa portatrice di una gioia semplice, difficile da comprendere per chi è immerso nel logorio del quotidiano esistere moderno (“digitavo numeri, e dicevo come va? / io sto bene, sono arrivata bene, / io ancora sono qui / e sto bene e tutto / va bene e voi? E ancora / fingevo la norma micidiale degli umani”). Questa ansia crescente, in Per Solitario Andare, sezione penultima della silloge, si rompe sbocciando, esigendo un ritorno a quella bestia interiore che contempla con meraviglia e dono il mondo (“inaugura uno stupore / come guardando primariamente il mondo / vicino al segreto circolatorio / delle cose”) :

“Cresci animale del cuore. Stai

attenta. L’imperatore(*) cuce

il tuo vestito di punti d’oro di luce.

Non essere mesta

mai per te.”

Note:

(*)= dio

Bestia di Gioia, sezioni:

  1. Naturale Sconosciuto
  2. Un niente più grande
  3. Sponda degli Insonni
  4. Per Solitario Andare
  5. Mio Vero 

Exstra:

“The Tyger” di William Blake, in idioma originale su Poetry Foundation: http://www.poetryfoundation.org/poem/172943

The Tyger, William Blake

(“The Tyger”, incisione del 1974)

Su Piet  Mondrian:

http://www.artchive.com/artchive/M/mondrian.html

http://www.francomulas.com/galleria/i-cicli-lalbero-rosso-di-mondrian/