“Quando uno ha le scarpe rotte” – Elio Vittorini

Io conoscevo questo e più di questo, potevo comprendere la miseria di un malato e della sua gente attorno a lui, nel genere umano operaio. E non la conosce ogni uomo? Non può comprenderla ogni uomo? Ogni uomo è malato una volta, nel mezzo della sua vita, e conosce quell’estraneo che è il male, dentro a lui, l’impotenza sua con quest’estraneo; può comprendere il proprio simile…
Ma forse non ogni uomo è uomo; e non tutto il genere umano è umano. Questo
è un dubbio che viene, nella pioggia, quando uno ha le scarpe rotte, acqua nelle
scarpe rotte, e non più nessuno in particolare che gli occupi il cuore, non più vita sua particolare, nulla più di fatto e nulla da fare, nulla neanche da temere, nulla più da perdere, e vede, al di là di se stesso, i massacri del mondo. Un uomo ride e un altro uomo piange. Tutti e due sono uomini; anche quello che ride è stato malato, è malato; eppure egli ride perché l’altro piange. Tutti e due sono uomini; anche quello che ride nella non speranza, lo vede che ride sui suoi giornali e manifesti di giornali, non va con lui che ride ma semmai piange, nella quiete, con l’altro che piange. Non ogni uomo è uomo, allora. Uno perseguita e uno è perseguitato; e genere umano non è tutto il genere umano, ma quello soltanto del perseguitato. Uccidete un uomo; egli sarà più uomo. E così è più uomo un malato, un affamato; è più genere umano il genere umano dei morti di fame.
Chiesi a mia madre: – Tu che ne pensi?
– Di che? – mia madre disse.

[…]

– Hai mai visto un cinese?
– Certo, – mia madre disse. – Ne ho visti due o tre… Passano per vendere le
collane.
– Bene, – dissi io. – Quando hai davanti un cinese e lo guardi e vedi, nel freddo,
che non ha cappotto, e ha il vestito stracciato e le scarpe rotte, che cosa pensi di lui?
– Ah! Nulla di speciale, – mia madre rispose. – Vedo molti altri, qui da noi, che
non hanno cappotto per il freddo e hanno il vestito stracciato e le scarpe rotte…
– Bene, – dissi io. – Ma lui è un cinese, non conosce la nostra lingua e non può
parlare con nessuno, non può ridere mai, viaggia in mezzo a noi con le sue collane e cravatte, con le sue cinture, e non ha pane, non ha soldi, e non vende mai nulla, non ha speranza. Che cosa pensi tu di lui quando lo vedi che è così un povero cinese senza speranza?
– Oh! – mia madre rispose. – Molti altri vedo che sono così, qui da noi…
Poveri siciliani senza speranza.
– Lo so, – dissi io. – Ma lui è cinese. Ha la faccia gialla, ha gli occhi obliqui, il
naso schiacciato, gli zigomi sporgenti e forse fa puzza. Più di tutti gli altri egli è
senza speranza. Non può avere nulla. Che cosa pensi tu di lui?
– Oh! – rispose mia madre. – Molti altri che non sono poveri cinesi hanno la
faccia gialla, il naso schiacciato e forse fanno puzza. Non sono poveri cinesi, sono
poveri siciliani, eppure non possono avere nulla.
– Ma vedi, – dissi io. – Egli è un povero cinese che si trova in Sicilia, non in
Cina, e non può nemmeno parlare del bel tempo con una donna. Un povero siciliano invece può…
– Perché un povero cinese non può? – chiese mia madre.
– Bene, – dissi io. – Immagino che una donna non darebbe nulla a un povero
viandante che fosse un cinese invece di un siciliano.
Mia madre si accigliò.
– Non saprei, – disse.
– Vedi? – io esclamai. – Un povero cinese è più povero di tutti gli altri. Cosa
pensi tu di lui?
Mia madre era stizzita.
– Al diavolo il cinese, – disse.
E io esclamai: -Vedi? Egli è più povero di tutti i poveri e tu lo mandi al
diavolo. E quando lo hai mandato al diavolo e lo pensi, così povero nel mondo, senza speranza e mandato al diavolo, non ti sembra che sia più uomo, più genere umano di tutti?
Mia madre mi guardò sempre stizzita.
– Il cinese? – disse.
– Il cinese, – dissi io. – O anche il povero siciliano che è malato in un letto
come questi ai quali fai l’iniezione. Non è più uomo e più genere umano, lui?
– Lui? – disse mia madre.
– Lui, – dissi io.
E mia madre chiese: – Più di chi?
Risposi io: – Più degli altri. Lui che è malato… Soffre.
– Soffre? – esclamò mia madre. – E’ la malattia.
– Soltanto? – io dissi.
– Togli la malattia e tutto è passato, – disse mia madre. – Non è nulla… E’ la
malattia.
Allora io chiesi:
– E quando ha fame e soffre, che cos’è?
– Bene, è la fame, – mia madre rispose.
– Soltanto? – io dissi.
– Come no? – disse mia madre. – Dagli da mangiare e tutto è passato. E’ la
fame.
Io scossi il capo. Non potevo avere strane risposte da mia madre, eppur chiesi
ancora:
– E il cinese?
Mia madre, ora, non mi diede risposta; né strana, né non strana; e si strinse
nelle spalle. Essa aveva ragione, naturalmente: togliete la malattia al malato, e non vi sarà dolore; date da mangiare all’affamato e non vi sarà dolore. Ma l’uomo, nella malattia, che cos’è? E che cos’è nella fame?
Non è, la fame, tutto il dolore del mondo diventato fame? Non è, l’uomo nella
fame, più uomo? Non è più genere umano? E il cinese?…

da “Conversazione in Sicilia“, di Elio Vittorini

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Elio Vittorini

Una interessante critica del testo:

http://www.criticaletteraria.org/2009/08/conversazione-in-sicilia.html

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Riparare chi ami

Le persone a volte si rompono. Spesso senza averne colpa. Si guasta qualcosa e i danni diventano sempre più visibili col passare del tempo, gli errori si ripetono e moltiplicano, di volta in volta più evidenti.
Non puoi riparare una persona, ma puoi passarle cacciavite e martello quando decide di farlo da sé.

(Manhattan Tango – Alessandro Ronca)

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Alessandro Ronca è musicista, autore e compositore .

Manhattan Tango (ed. Youcantprint) è il suo romanzo d’esordio.

Incipit dal secolo scorso

Federico VemderLa nonna

Era sempre vestita di nero, ma quando passava per la piazza di Santa Maria del Mare, come fiamme d’inferno i colori le guizzavano intorno, dei gialli, dei viola, perfino talora dei rossi e dei verdi; non portava bracciali, eppure bagliori dorati sembravano splenderle intorno ai polsi. Camminava eretta, rapida, con i grandi capelli rialzati oscillanti: impeto e altezza; sotto la gonna nera si profilava elegante la gamba fino alla coscia; la veste era scollata sul petto magro, arrossato, un largo nastro di velluto nero le fermava le arterie agitate del collo.

(da “Althénopis”, Fabrizia Ramondino, 1981, Einaudi ed. ;

foto di Federico Vender)

Exstra:

Ad alta voce – radiorai3 http://www.radio3.rai.it/dl/portaleRadio/media/ContentItem-6f0ca358-7bc8-4fc9-af13-2d895361c98d.html

Dall’enciclopedia Treccani – http://www.treccani.it/enciclopedia/fabrizia-ramondino/

Fabrizia ramon(in foto, Fabrizia Ramondino)

Ingeborg Bachmann , l’Orsa

La nostra società è talmente malata che fa diventare malato l’individuo e che l’individuo in questa società, in questo mondo, alla fine si dice che muore, ma questo non è vero perché ognuno di noi alla fine è stato ucciso

I. Bachmann

 

Invocazione all’Orsa Maggiore

Orsa Maggiore, scendi irsuta notte,
animale dal vello di nuvole
e gli occhi antichi, occhi stellari;
sbucano dall’intrico scintillanti
le tue zampe e gli artigli,
artigli stellari;
vigili custodiamo le greggi,
pur ammaliati da te, e diffidiamo
dei tuoi lombi stanchi
e delle zanne aguzze per metà scoperte,
vecchia Orsa.

Una pigna, il vostro mondo.
Voi, le scaglie intorno.
Io lo spingo, lo rotolo,
dagli abeti in principio
agli abeti alla fine:
lo fiuto, lo tento col muso,
e con le zampe l’abbranco.

Abbiate o non abbiate timore:
versate l’obolo nella borsa sonante e date
una buona parola all’uomo cieco,
che l’Orsa trattenga al guinzaglio.
E insaporite bene gli agnelli.

Potrebbe, quest’Orsa, strappare i lacci,
non più minacciare ma dare
la caccia a tutte le pigne cadute
dagli abeti, i grandi abeti alati
precipitati dal paradiso.

[trad.: M.T. Mandalari, TEA 1996]

Anrufung des Großen Bären

Großer Bär, komm herab, zottige Nacht,
Wolkenpelztier mit den alten Augen,
Sternenaugen,
durch das Dickicht brechen schimmernd
deine Pfoten mit den Krallen,
Sternenkrallen,
wachsam halten wir die Herden,
doch gebannt von dir, und mißtrauen
deinen müden Flanken und den scharfen
halbentblößten Zähnen,
alter Bär.

Ein Zapfen: eure Welt.
Ihr: die Schuppen dran.
Ich treib sie, roll sie
von den Tannen im Anfang
zu den Tannen am Ende,
schnaub sie an, prüf sie im Maul
und pack zu mit den Tatzen.

Fürchtet euch oder fürchtet euch nicht!
Zahlt in den Klingelbeutel und gebt
dem blinden Mann ein gutes Wort,
daß er den Bären an der Leine hält.
Und würzt die Lämmer gut.

‘s könnt sein, daß dieser Bär
sich losreißt, nicht mehr droht
und alle Zapfen jagt, die von den Tannen
gefallen sind, den großen, geflügelten,
die aus dem Paradies stürzen.

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Foto di Margarita Kareva

Giorni in bianco

In questi giorni, mi levo con le betulle
e sulla fronte ravvio le ciocche di frumento
davanti a uno specchio di ghiaccio.

Amalgamato al mio respiro
sfiocca il latte:
così di buon’ora ha facile schiuma.
E dove il vetro appanno con l’alito
appare, dipinto da un dito infantile,
ancora il tuo nome: innocenza!
Dopo tanto tempo.

In questi giorni, non mi duole
di sapere dimenticare
e di essere costretta a ricordare.

Amo. Fino all’incandescenza io amo,
e ne ringrazio biblicamente il cielo.
L’ho imparato in volo.

In questi giorni, io ripenso all’albatro
che mi ha sollevata e trasportata
in un paese che è un foglio bianco.

All’orizzonte immagino,
fulgido nel suo tramonto,
il mio favoloso continente
laggiù, che mi ha congedata
già rivestita del sudario.

Vivo, e da lontano ascolto il suo canto del cigno!

[trad.: M.T. Mandalari]

 

Tage in weiß

In diesen Tagen steh ich auf mit den Birken
und kämm mir das Weizenhaar aus der Stirn
vor einem Spiegel aus Eis.

Mit meinem Atem vermengt,
flockt die Milch.
So früh schäumt sie leicht.
Und wo ich die Scheibe behauch, erscheint,
von einem kindlichen Finger gemalt,
wieder dein Name: Unschuld!
Nach so langer Zeit.

In diesen Tagen schmerzt mich nicht,
daß ich vergessen kann
und mich erinnern muß.

Ich liebe. Bis zur Weißglut
lieb ich und danke mit englischen Grüßen.
Ich hab sie im Fluge erlernt.

In diesen Tagen denk ich des Albatros’,
mit dem ich mich auf-
und herüberschwang
in ein unbeschriebenes Land.

Am Horizont ahne ich,
glanzvoll im Untergang,
meinen fabelhaften Kontinent
dort drüben, der mich entließ
im Totenhemd.

Ich lebe und höre von fern seinen Schwanengesang!

da “Anrufung des Großen Bären”, München, 1956 

Dichtende Maerchenprinzessin mit scharfem Verstand

Puntata Rai3 su “Màlina”, romanzo della Bachmann, a cura di Gabriella Caramore

http://www.rai.it/dl/portaleRadio/media/ContentItem-e6500f2d-03a1-48c9-b9d5-1eb1cbf8911d.html

Soundtrack consigliata :

 

 

La divulgazione poetica “dal basso”

Ho deciso, lo scorso Aprile, di inaugurare un Laboratorio di Poesia, intesa come “azione” creatrice – e quindi rivolto ai poeti delle forme linguistiche, pittoriche, musicali e performative di vario genere.

Dal primo appuntamento, la tipologia di incontro ha riscontrato l’entusiamo dei presenti, che hanno partecipato con presenza emotiva, psicologica e fisica alle quattro fasi in cui divido ogni appuntamento.

Per me era importante creare un’occasione simile perché ho notato – negli anni di giornalismo e di curiosità personale – una disumanizzazione del rapporto  dell’uomo con l’arte.

Mio scopo era quindi quello di ritrovare – assieme – la gioia primigenia del creare, senza aspettative e senza giudizi, in un ambiente “aperto”, ma sicuro, protetto dalle gabbie del narcisismo, del desiderio di accettazione, della voglia di avere “tanti likes” ed affini.

L’arte, in prima istanza, è strumento dorato che ci conferisce il privilegio di leggere negli altri il Bello, il Giusto, il Vero – ognuno di noi ne è frammento e nessuno ne è escluso.

Il “Laboratorio di SperimentAzione Poetica” continua ad evolversi ed è sempre più aperto alla cancellazione di frontiere, per apprezzare le differenze  culturali e linguistiche degli altri popoli.

Nel suo secondo appuntamento, infatti, ho avuto il piacere di avere ospiti il Dott. Vincenzo Restivo , scrittore e Professore di lingua spagnola e portoghese presso un istituto superiore locale, e la Dott.ssa Chiara Costanzo, impegnata nella diffusione e divulgazione delle culture orientali, nonché docente di Arabo.

Vincenzo ha portato una sua traduzione di una poesia di Ana Paula Ribeiro Tavares, (qui il video), leggendola in Portoghese e in Italiano, mentre Chiara ha portato una poesia della  poetessa Joumana Haddad, leggendola in arabo e chiedendo a me di leggere la sua traduzione in Italiano. Ne è venuta fuori una bella performance italoaraba !

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A sinistra, io, a  destra, Chiara Costanzo. Foto di Esse Alfredo.

Questo momento dedicato all’intercultura, è sempre rivolto ai contemporanei, perché credo fortemente noi poeti non dobbiamo trattarci “da morti” – possiamo scrivere finché siamo in vita, parafrasando Michelle Houellebecq, ed emozionarci attraverso l’emozione che stiamo ricevendo e donando al contempo.

Leggere, proporre o tradurre un contemporaneo – dargli la possibilità di affacciarsi ad un palco per la prima volta, di provare quanto bruci il suo fuoco -la ritengo esperienza fondamentale per la formazione di un poeta in nuce e in divenire   .

Proprio per questo, la partecipazione agli eventi è totalmente gratuita.

Link agli eventi Facebook: 

Primo appuntamento

Secondo appuntamento

Link agli album Facebook del Laboratorio:

Prima data  – 27.04.2016 

Seconda data – 25.05.2016

Per informazioni , scrivere a maria.dellomo@yahoo.com

Gli incipit raffinati di Jean-Paul Sartre

 

I.

La signora Darbérat teneva un rahat lukùm tra le dita.

L’avvicinò alle labbra con precauzione e trattenne il respiro, temendo di dissipare col fiato il sottile velo di zucchero di cui era cosparso:  « È alla rosa », si disse. Bruscamente diede un morso a quella carne vetrificata e un sapore d’acqua stagnante le riempì la bocca.  « È strano come la malattia acuisca le sensazioni ». Si mise a pensare a moschee, a orientali ossequiosi, (era stata ad Algeri durante il viaggio di nozze) e le sue labbra pallide abbozzarono un sorriso: anche il rahat lukùm era ossequioso.

Dovette passare a più riprese  il palmo della mano sulle pagine del libro che, nonostante le sue precauzioni, si eran coperte d’un sottile strato di polvere bianca. Le sue mani facevano scivolare, rotolare, stridere i granellini di zucchero sulla carta liscia. « Questo mi ricorda Archacon, quando leggevo sulla spiaggia ».

Aveva passato al mare l’estate del 1907. Portava in quel tempo un gran cappello di paglia con un nastro verde; s’installava proprio vicino al molo con un romanzo di Gyp o di Colette Yver.

Il vento le faceva piovere sulle ginocchia mulinelli di sabbia e, di tanto in tanto, ella scoteva il libro tenendolo per gli angoli. Era proprio la stessa sensazione: solo che i granellini di sabbia eran del tutto asciutti mentre questi piccoli detriti di zucchero le si appiccicavano un po’ alla punta delle dita. Rivide una striscia di cielo grigio-perla che sovrastava un mare nero. « Eva non era ancora nata ».

Si sentiva tutta piena di ricordi e preziosa come uno scrigno di sandalo.

(Incipit de “La camera” di Jean-Paul Sartre, da «Il muro », Ed. Einaudi, pag. 35)

stanisdessyL’ incipit, nelle strutture narrative brevi, deve contenere in sé la chiave della  storia che si andrà a sviluppare – i cosiddetti “semi della tragedia”.  A differenza della narrazioni più lunghe, come i romanzi, bisogna però condensare tutti i propri intenti in poche righe. Il punto di vista adoperato è quello degli occhi della signora Darbérat, cui lo scrittore “si accomoda”, scegliendo un ritmo narrativo che  immetta il fruitore nella forma mentis del suo personaggio. La ricchezza delle descrizioni, l’ossessione compiaciuta dei particolari, dicono molto – anticipano! – dell’avidità cui lo stato di malattia ha condotto la signora.

Ulteriore considerazione: se si sostituissero le pagine e l’inchiostro alla cinepresa, la resa sarebbe pressappoco la medesima; Sartre riesce cioè – e forse è dovuto alla mentalità da drammaturgo – a descrivere una perfetta scena riprendendone i dettagli visivi, sonori, olfattivi. La sua scrittura è carica di senso.

Di sicuro, un esempio di cui tener conto per un aspirante scrittore di finzioni, siano esse letterarie, teatrali o cinematografiche.

Maria Pia Dell’Omo

 

Note al racconto:

rahat lukum: lokum o harat al-qum, dolce tipico arabo.

Colette Yver: scrittrice cattolica francese (1874-1953) , Prix Femina nel 1907 per Princesses de science, romanzo femminista

Exstra: dipinto di Stanis Dessy, ritratta, la moglie Ada

Stanis Dessy: un articolo di approfondimento http://www.ilpickwick.it/index.php/arte/item/1671-estratto-secco-studio-su-stanis-dessy

Infinita solitudine

Solitudine

Io non son mai stato bambino. Non ho avuto fanciullezza.

[…] Non la conosco o non la rammento. L’ho saputa dai libri, dopo; la indovino, ora, nei ragazzi che vedo; l’ ho sentita e provata per la prima volta in me, passati i vent’anni, in qualche attimo felice di armistizio o di abbandono.

Fanciullezza è amore, è letizia, è spensieratezza ed io mi vedo nel passato, sempre, separato, triste, meditante.

Fin da ragazzo mi son sentito tremendamente solo e diverso – né so ilperché. Forse perché […] non ero nato come gli altri? Non so: ricordo soltanto che una zia giovane mi dette il soprannome di vecchio a sei o sett’anni e che tutti i parenti l’accettarono. E difatti me ne stavo il più del tempo serio e accigliato: discorrevo pochissimo, anche cogli altri ragazzi; i complimenti mi davan noia […] e al chiasso sfrenato dei compagni dell’età più bella preferivo la solitudine dei cantucci più riparati della nostra casa piccina, povera e buia. Ero, insomma, quel che le signore col cappello chiamano un “bambino scontroso” […].

Avevan ragione: dovevo essere, ed ero, tremendamente antipatico a tutti. E mi ricordo che sentivo benissimo intorno a me questa antipatia la quale mi faceva più timido, più malinconico, più imbronciato che mai.

Quando mi ritrovavo per caso con altri ragazzi non entravo quasi mai nei loro giochi. Mi piaceva star da parte a guardarli coi miei occhi verdi e seri di giudice e di nemico. Non per invidia: era piuttosto disprezzo quel che sentivo dentro in quei momenti. Fin da quel tempo incominciò la guerra fra me e gli uomini. Io li sfuggivo e loro mi trascuravano; non li amavo e mi odiavano. Fuori, nei giardini, chi mi scacciava e chi mi rideva dietro; scuola mi tiravano i riccioli o mi accusavano ai maestri; in campagna, anche in villa dal nonno, i ragazzi dei contadini mi tiravan le sassate, senza che avessi fatto nulla a nessuno, quasi sentissero ch’era d’un’altra razza. I parenti m’invitavano o mi carezzavano quando proprio non potevan farne ameno, per non mostrare dinanzi agli altri una parzialità troppo indecente, ma io m’accorgevo benissimo della finzione e dello sforzo e mi nascondevo e tacevo e ad ogni loro parola rispondevo sgarbato ed acerbo.

[…] A me tutto quel brusìo di festa economica e idiota faceva male

[…] all’anima. […]

Mi sentivo straniero lì dentro, e lontanissimo da tutti.

[…]E lì sentivo il mio piccolo cuore di solitario che batteva con veemenza, come se stessi per far un non so che di  male, per commettere un tradimento. […]

Sì, è vero: io non sono stato bambino. Sono stato un “vecchio” e un “rospo”  pensoso e scontroso. Fin da allora il meglio della mia vita era – dentro di me. Fin da quel tempo, tagliato fuori dall’affetto e della gioia, mi rintanavo, mi nascondevo, mi distendevo in me stesso, nell’anima, nella fantasticheria bramosa, nella solitaria ruminazione dell’io e del mondo rifatto attraverso l’io. Non c’era altro scampo, altra gioia per me. Non piacevo agli altri e l’odio mi rinchiuse nella solitudine.

La solitudine mi fece più triste e più spiacente; la tristezza mi chiuse il cuore ed aizzò il cervello. La diversità mi staccò anche dai prossimi e la separazione mi fece sempre più diverso. E fin da quel principio di vita cominciai a gustare, se non a capire, la virile dolcezza di quell’infinita e indefinita malinconia che non vuole sfoghi e consolazioni, ma che si consuma in sé stessa, senza scopo, creando a poco a poco quell’abitudine della vita interna, solitaria, egoista che ci allontana per sempre dagli uomini.

No: io non ho mai conosciuto la fanciullezza. Non ricordo affatto d’essere stato bambino. Mi rivedo, sempre, selvatico e soprappensiero, appartato e silenzioso […]

(Giovanni Papini, “Un uomo finito”, 1913, estratto dal capitolo primo)

Una foto dell'autore del brano, Giovanni Papini (Anni '20).
Una foto dell’autore del brano, Giovanni Papini (Anni ’20).

Sito ufficiale: http://www.giovannipapini.it/

Su Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Papini

Piccolo omaggio al nostro, su Youtube:

Exstra: l’immagine rappresenta “Lone Child” (1968) di Giosetta Fioroni;

articolo di approfondimento: http://www.artcritical.com/2013/05/22/giosetta-fioroni/

De Profundis, clamavit…

«A me è successo questo: non sono riuscito a fare finta di niente,
non volevo, in fondo.
Non potevo far altro che cercare di portarti con me, dal profondo,
per egoismo quasi, per farmi stare bene.
Anche se sapevo di non potere.
Anche se era rischioso.
Anche se tu non vuoi, anche se, infine,
la tua felicità non dipende da me.
E non posso fare a meno di chiedertelo di nuovo.
Solo per essere sicuro.
Verresti?»
Italo Calvino, “Prima che tu dica pronto”

De ProfundisGuida piano, prudente, ogni tanto chiude gli occhi come se gli desse fastidio la luce.

Lucia vede che ha un maglione e un paio di scarpe troppo grandi per lui, chissà dove li ha presi.

Lee inizia a parlare, uno di quei fuochi di artificio che lei ben conosce.

[…]

– Mi hanno portato via i miei libri, certi vanno bene altri no, dicono, proprio come in carcere, e anche sei punture di Zerol mi fanno e io mi alzo e corro via e loro ci restano di merda, il dottore ha detto, questo è come se c’avesse dentro un’altra chimica, ed è vero, non guardarmi così: è la scienza che lo dice, tutte le volte che guardi più profondamente una cosa, trovi nuovo disordine, nuove particelle, figure nella polvere e tutto quello che sapevi di quella cosa salterà in aria.

Hai mai visto i matti guardare sempre nello stesso punto? Tu non sai cosa possono vedere e non sai perché resto sveglio e non voglio salvarmi ad ogni costo, non guardarmi così. Una volta ci somigliavamo, eravamo tre note in un accordo, leone cina e zingara, ma poi c’è un punto in cui i fili si rompono e gli altri si allontanano. Ma i bastardi li vedo bene sì, quelli sono ancora al loro posto pazzi di rabbia perché per una volta li abbiamo smascherati, e non ce lo perdoneranno mai nei secoli dei secoli e allora è guerra, non farmi i tuoi discorsi miti, la mitezza è un privilegio grande ma il dolore la avvelena in un attimo, io esco da quella galera e la città è peggio che mai, la gente cade per terra, parla da sola, vomita e crepa e tutti passano e non hanno visto niente, e si affrettano a dare nuovi eleganti nomi alla loro corruzione, e ogni tanto parlano dell’uomo comune, ipocriti, l’uomo comune che vi piace è stupido e avido come voi, così lo vorreste, un vigliacco che può ammazzare per vigliaccheria, mentre loro ammazzano per necessità, per i loro divini soldi, Lucia, sono loro ora gli estremisti, violenti assassini estremisti dell’ideologia più ideologia del secolo, un’economia più sacra di una religione, più feroce di un esercito, ricordatelo bene con un brivido quando tutto salterà in aria, quando si oscurerà, malattia senza sintomi, caos di geroglifico incomprensibile e voi sempre più crudeli informati impotenti in mezzo alla strada, e chi raccoglierà i frammenti allora gli oggetti i rottami, magari ci fosse qualcuno, magari ci sarà davvero Lucia, questa è la speranza e intanto brucio e non c’è nessun patto da firmare né col diavolo né con la rassegnazione, Lucia, siamo un’altra cosa da sempre fortunatamente e non guardarmi così no, non ho finito, te lo dico io chi ha ucciso Leone, forse uno di questi che una volta facevano i compagni e hanno spacciato per anni e dicevano che erano i fascisti, col ca**o, vieni con me a vedere chi sono, oppure hai paura, scusami non venirci, son posti schifosi ci nuota il coatto si dice adesso, come suona bene, peccato che tutti i compagni non siano come te Lucia, vieni a vedere questo Coccodrillo spia della polizia, me l’ha venduta tante volte la roba e quando ho smesso me la lasciava gratis sul sedile della macchina, generoso,vero? Come quelli che ti lasciavano l’esplosivo in casa e dicevano ognuno deve fare la sua parte, eppure c’è chi mi ha salvato tante volte, parlato, anche tu Lucia, e ci sarà alla fine una verità Lucia e scopriremo la verità giù nell’acqua e su fino al più altissimo porco non ci credi? dimmi di sì, io brucio dentro questa storia e non ne vedrò la fine, ma scopriremo la verità, perché se c’è solo un po’ di verità c’è speranza e chi l’ha fatta brillare ha fatto abbastanza e non importa se poi non si salverà, salvarsi per avere cosa, questo mondo dove continuano a insultare chi è debole, Lucia, se penso a tutte le persone pulite che ho incontrato e continuano a offenderle Lucia, le uccidono, non ci sono parole per questo delitto, non si può sopportare tutto questo capisci Lucia quando sono nella mia stanza e qualcuno urla anche con li occhi si può urlare Lucia, Lucia mi chiedo, che cosa è successo, perché fingete di non vedere, vorrei capire qualche volta Lucia, ma sapessi che musica nella testa, negli oggetti consumati, e dopo quanto veleno ti senti addosso Lucia, e allora pensa se non fosse così, se non ci credessi più, se fossi perbene Lucia saremmo una coppia normale, io e te, al ritorno dal cinema andremmo a casa e non saremmo perduti in una città di notte, ma quelli perbene forse sono perduti lo stesso Lucia, ma se almeno ascoltassero, se capissero che l’altra metà di verità per quanto si può raccontare solo urlando è l’altra metà necessaria, non si può tagliare via non si può dimenticare, alla fine solo il dolore esiste come esisto io, un matto per strada, un matto è una persona che non sa dove andare, niente di più Lucia, tu puoi capire, tu che sei benedetta tra le donne, tu che mi hai visto felice, tu che sei coraggiosa tu che a volte mi hai lasciato solo come un cane tu che adesso per favore scendi non guardarmi ti dico, questo è un sentiero per comici spaventati guerrieri e io non voglio né vincere né perdere solo che tu mi ricordi e dopo che mi anneghino nello zero di quelle medicine e mi chiamino come vogliono e tornino a raccontare le loro storie, non sono vere, manca metà, tu lo capisci cara, almeno tu e allora scendi per favore.

“Vengo con te,” disse Lucia.

Monologo di Lee – Stefano Benni, “Comici spaventati guerrieri”

Immagini: Ratto di Proserpina, Lorenzo Bernini
De Profundis