Sylvia Plath e il “doppio”

 

“Due Sorelle di Persefone” è una sconcertante, cupa e intensa poesia della scrittrice statunitense. Ho cercato di darle una sfumatura “creepy”, di stasi, di tempo immobile nella devastante certezza di essere lacerata in due Sylvia – due gemelle cattive/buone, che non sanno essere amiche.

Two sisters of Persephone

Due fanciulle: in casa
l’una siede, l’altra fuori.
Per tutto il giorno tra loro
un duetto d’ombra e luce.

Nella sua buia stanza rivestita di legno
la prima elabora problemi
su una macchina matematica.
Aridi ticchettii battono il tempo

mentre calcola ogni somma.
In questa sterile impresa
il suo sguardo sbieco assume furbizia di topo,
la sua magra figura un pallore di radice.

Bronzea come la terra l’altra, distesa,
ascolta i ticchettii gonfiarsi d’oro
come polline nell’aria luminosa. Cullata
accanto a un letto di papaveri,

vede il rosso ventaglio di seta
dei loro petali di sangue
ardere e aprirsi alla lama del sole.
Su quel verde altare

liberamente diventa sposa del sole,
s’ingravida di seme.
Accosciata sull’erba, nell’orgoglio del travaglio,
partorisce un re. Inacidita

e gialla come un limone
l’altra, vergine agra fino allo stremo,
va verso la tomba con la carne devastata,
posseduta dai vermi, ma non donna.

– 1956 –
Per ascoltare la poesia, cliccare sul link a inizio articolo oppure qui 

sylvia-plath-9442550-1-402 (In foto, Sylvia da adolescente)

Sulla pagina Facebook dedicata a RadioSonetto sto cercando di fare degli approfondimenti biografici sugli autori.
Se ne avete il piacere…

Fernando Pessoa/Álvaro de Campos: “Il passaggio delle ore”

Un nuovo ciclo di letture su Radiosonetto:

Pessoa.

Il passaggio delle ore – clicca per ascoltare.

Le sanguisughe universali

I corpi delle creature viventi sono svaniti nella polvere, e la materia secolare li ha trasformati in pietre, acqua, nubi; le loro anime si sono fuse in un’anima sola.
La comune anima universale sono io. In me ci sono le anime di Alessandro il Grande e di Cesare, di Shakespeare e di Napoleone, e dell’ultima sanguisuga; e io ricordo tutto e rivivo in me da capo ogni singola vita.

A. Checov, da “Il gabbiano”

claude monet
opera di Claude Monet

Si è andata perduta la buona abitudine di frequentare testi teatrali, tant’è che questi rappresentano una porzione minima dell’editoria italiana.
Personalmente, la reputo un’occasione che si sceglie di perdere.
Un testo teatrale è totipotenza allo stato puro: può essere cucito e ricucito più volte da un regista o da un Lettore Modello (come direbbe Eco), ciò avvenga sulle tavole di legno o in quello spazio sterminato che è la fantasia umana.
Il teatro, mentre si fa leggere, si lascia caricare di senso, più – mia opinabile opinione – di un semplice testo di narrativa, dove tutto è de-finito e non possiamo inferire nulla al di fuori delle guide che il narratore ha tracciato per farvi scorrere le ante della sua stanza-armadio.
Si provi, ad esempio, a prendere il copione “Ubu cornuto“, di Alfred Jarry.
Se ne leggano le prime tre scene dell’atto primo.
Ad una prima lettura, le parole potrebbero sembrare cifre disposte su uno spazio bianco: sembrano quasi non parlare.
Si cerchi invece di immaginare – o addirittura di farsi voce – di quei dialoghi.
Immediatamente si scatena tutto l’apparato della nostra fantasia.
Che corpo ha Achras? Con che veemenza il corpulento Padre Ubu irrompe nella scena e negli spazi vitali del vecchio inventore?
Con che voce parla il primo? E il secondo?
Come entrambi prendono (o non lo fanno affatto) possesso della scena?

Questi sono dettagli fondamentali, spesso taciuti dalle lettere, ma che un buon drammaturgo sa determinare seminandoli come le molliche di pane di Hansel nel bosco della narrazione.
Sta a noi coglierne la disposizione, scegliere quale frammento di pagnotta picchettare col becco e quale lasciare in terra, beccato magari da un altro lettore/regista pennuto.
Sta qui la straordinaria libertà del teatro.
Ognuno ha il suo Kostja, la sua Nina – tornando a “Il gabbiano” di Checov – e nessuno potrà mai dire che quel Kostja o quella Nina siano frutto d’errore, quanto, semmai, frutto di una fervida immaginazione.

Maria Pia Dell’Omo

Un secolo in due: Achmatova e Achmadulina

Anna Achmatova odiava l’appellativo “poetessa”; a questo preferiva quello maschile di “poeta”. Sul vero cognome, che era Gorenko, «quando venne a sapere delle mie poesie, (mio padre) mi disse: “non infangare il mio nome”. “Non so che farmene del tuo nome” gli risposi». Decise di chiamarsi con il cognome tataro di una antenata principessa che sposò Khan Akhmat, discendente di Gengis Khan. Al 1912 risale la sua prima opera, La sera, cui seguirono altre sillogi, tutte aderenti al movimento poetico definito “acmeismo”, di cui fu principale fautore il primo marito, Nikolaj Stepanovič Gumilëv, fucilato nel 1921 con l’accusa di attività controrivoluzionaria e la di cui poesia fu proibita durante il regime sovietico. Persino Lev, il suo unico figlio, fu imprigionato in quanto figlio di Gumilëv  diverse volte nel periodo delle grandi purghe, fino alla condanna nel 1949 a 15 anni di lavori forzati. Fu liberato nel 1956. Anna, che dall’uccisione di Gumilëv aveva taciuto i suoi versi per una ventina d’anni, per salvare la vita a suo figlio arrivò a scrivere versi di ossequio al regime nel 1950, salvo poi non farli più inserire nelle riedizioni delle sue opere. Non abbandonò mai la Russia, tanto che la poetessa Marina Cvetaeva la chiamò “Anna di tutte le Russie”:

«no, non sotto un cielo straniero, /non al riparo di ali straniere: /io ero allora col mio popolo,/ là dove, per sventura, il mio popolo era» ;

«invecchiammo di cent’anni, e accadde / nel corso di un’ora sola» ;

«Io sono la vostra voce, il calore del vostro fiato,/ il riflesso del vostro volto, /i vani palpiti di vane ali…/ fa lo stesso, sino alla fine io sto con voi» ;

«una voce mi giunse. Suadente /mi chiamava, diceva:/ Vieni qua, / lascia il paese sordo e peccatore,/ lascia la Russia per sempre. /(…)/ Io mi tappai le orecchie con le mani, / perché l’indegno discorso,/ non profanasse l’anima dolente».

Nel 1946 l’alto gerarca comunista Andrej Z’danov accusò la sua poesia di essere «intimista» e «da camera» e la definì  un «peccato», la colpa peggiore che si possa commettere in un’età di «impegno» politico e civile – mentre, invece, il suo poema che denunciava gli orrori del regime staliniano, Requiem, fu censurato e tramandato a memoria da alcune amiche poetesse, fino a vedere la luce negli anni Sessanta. Definita «un incrocio tra puttana e suora», fu espulsa dall’Unione dei letterati sovietici. L’Achmatova si mantenne, quindi,  traducendo .
Nel 1964, anche se malata, fu autorizzata a partire per l’estero per ricevere il premio poesia Etna-Taormina e nel 1965 la laurea honoris causa all’università di Oxford.

Raccontiamo di Anna con due poesie.

La prima, tratta dalle sue opere giovanili e scritta a Carskoe Selo,dove ha vissuto sino all’adolescenza, rivela delicatezza, bellezza del minimo e sensualità apollinea quali primizie della sua poetica, quella che, maturando e ammantandosi di strazio,  conquisterà, ispirerà e diverrà la voce addolorata delle donne di tutta la Russia – e, in seguito, del mondo, come svela la seconda poesia che proponiamo.

 

 

 

Lascio la casa bianca e il muto giardino.
Deserta e luminosa mi sarà la vita.
Nessuna donna saprà cullarti
come io ti celebro nei miei versi:
non scordare la tua cara amica
nell’Eden che hai creato per i suoi occhi,
per me che spaccio una merce rarissima
e vendo il tuo tenerissimo amore.

Anna Andreevna Achmatova

Carskoe Selo, 27 febbraio 1913

(Traduzione di Gene Immediato; da “Stormo Bianco”, Edizioni San Paolo, 1995)

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(Dipinto di Natalia Goncharova,Queen of Shamakhan, from Le Coq d’Or, 1913)

Sentirai il tuono e mi rammenterai,
penserai: desiderava la bufera…
Sarà una striscia di cielo accesa di rosso,
e il cuore come allora in fiamme.
E ciò accadrà nel giorno moscovita
in cui abbandonerò per sempre la città,
muoverò verso il bramato riparo,
lasciando in mezzo a voi ancora la mia ombra.

( “Quasi in un album”, da “La rosa di macchia fiorisce”, 1966, anno della morte della poeta, probabilmente una poesia di commiato)

«Il XX secolo ebbe inizio nell’autunno dell’anno 1914 insieme con la guerra, così come il XIX s’iniziò con il Congresso di Vienna. Le date del calendario non hanno significato» – Anna Andreevna Achmatova (Bol’šoj Fontan 1889 – Mosca 1966)

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Bella Achmadulina (Mosca, 10 aprile 1937 – Mosca, 29 novembre 2010)

Rappresentante della nuova generazione poetica poststaliniana, assieme al marito Evgenij EvtušenkoAndrej Voznesenskij, Bella Achmadulina restò, come Anna Achmatova, nel suo amaro paese.

Nasce nel ’37, in pieno regime, negli anni del “grande terrore”.

Su “Pràvo lidu”, in quell’anno, comparivano questi versi: “Quel che puoi leggere sui giornali, / è solo un gioco, non ci si crede / e le scene che esalano orrore, / la paura è il loro suggeritore. // Quel che puoi leggere sui giornali, / è solo un gioco, per divertire il mondo. / Sol che la fine – la puzza del sangue umano / purtroppo è proprio vera.”

Inizia a comporre da piccolissima e, da ragazza, viene ammessa all’Istituto di Letteratura “Maksim Gor’kij”, dal quale fu però espulsa nel 1959 per essersi opposta alla campagna contro Boris Pasternak (vincitore nel 1958 con il romanzo di denunzia,Doktor Živago, del Premio Nobel per la Letteratura , che non poté ritirare per motivi politici) – sarà riammessa l’anno successivo, laureandosi a pieni voti.

La sua prima pubblicazione, La corda,  risale al 1962.

Assieme al marito, si impegnava a diffondere i samizdat, ciclostili di protesta su veline; inoltre, più di una volta è infatti intervenuta a favore degli intellettuali perseguitati dal regime, come Sakharov, Kopelev, Vladimov, Vojnovich. I suoi interventi in loro difesa sono stati pubblicati dal “New York Times” e trasmessi più di una volta da radio “Svoboda” e “La voce dell’America”.

Tuttavia, nella scrittura fu meno polemica di Evtušenko , che denunciava il perdurare dello stalinismo e rivendicava la libertà di espressione dell’artista. Sulle possibilità espressive dell’artista stesso si interrogava anche lei, ma in maniera diversa, più metaforica, nel pieno stile di quelle che sono anche le sue liriche amorose.

Le sue poesie d’amore riscossero un grande successo, tanto da essere musicate in romanze o da diventare colonne sonore di film russi o accolte in stadi e teatri, recitate dall’autrice stessa. Molto devota a Puškin, Gogol’, Cvetàeva, , Pasternak e alla stessa Achmàtova, che amò anche rivisitare, per i critici russi ne è la piena erede e il mondo della letteratura la celebra come una delle più grandi poetesse russe.

 

La presentiamo con una delle sue melanconiche liriche d’amore.

 

 

Non posso gridare. Non posso chiamarti.

Nel silenzio tutto è fragile, di vetro.
La testa reclinata sulla leva,
anche il telefono dorme.

Attraversando la città addormentata
voglio arrivare ad un vicolo bianco,
voglio accostarmi alla tua finestra,
in gran silenzio, e teneramente.

Nasconderò nelle mie mani l’eco
del sonoro disgelo delle strade.
Spegnerò le fiammelle dei lampioni
perché non si sveglino i tuoi occhi.

Ordinerò alla primavera
di soffocare le sue voci notturne.
Allora, sei così tu quando dormi?
Le tue mani hanno perso vita…

la stanchezza furtiva si è annidata
nel folto delle rughe, intorno agli occhi.
Domani voglio baciarli a lungo, a lungo
perché non ne resti il ricordo.

Veglierò il tuo sonno fino all’alba,
andrò via col vento fresco del mattino,
dimenticando le mie orme sulla neve
tra le foglie dell’anno passato.

Bella Achatovna Achmadulina

(Traduzione di Serena Vitale; da “Tenerezza e altri addii”, Guanda, Parma, 1971)

 

“Con Bella la Russia ha perso un altro grande poeta, degna erede della Akhmatova e della Cvetaeva. Bella era un esempio non solo di devozione alla poesia, ma anche di nobiltà d’animo civile. Si è sempre schierata con coraggio dalla parte di coloro che venivano a trovarsi nel bisogno” – Evtušenko , commentando la dipartita della  ex compagna, nel 2010.

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Bibliografia online:

 

https://poesiainrete.wordpress.com/category/poeti-russi/page/5/

Anna Achmatova

http://www.unive.it/media/allegato/dep/n22-2013/06_Dundovich.pdf

http://annaachmatova.altervista.org/Carta_e_bit/Notizie/notizie.html

http://annaachmatova.altervista.org/Carta_e_bit/Web/web.html

http://annaachmatova.altervista.org/

http://www.dmoz.org/World/Italiano/Arte/Letteratura/Autori/A/Achmatova,_Anna/

http://www.arcarussa.it/forum/bella-akhmadulina-1937-2010-vt4485.html

http://www.worldcat.org/identities/lccn-n83-141578/

http://www.worldcat.org/title/three-russian-women-poets-anna-akhmatova-marina-tsvetayeva-bella-akhmadulina/oclc/9762057

 

Su Natalia Goncharova:

http://arthistoryproject.com/artists/natalia-goncharova/

Natalia Goncharova

 

Abita-re, di Maria Pia Dell’Omo

Non farmi tua casa.                                                                                                                       Erodi le fondamenta e dammi terra nuova
e cieli e spazi incommensurabili.
Dimmi “la mia casa sei tu senza radici”

(Maria Pia Dell’Omo)

Micropoesia pubblicata su : http://spillwords.com/abita-re/

 

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Disegno di Chiara Bautista.

Per approfondire:

http://www.rosminipadova.it/i-misteriosi-disegni-di-chiara-bautista/

https://www.facebook.com/chiarabautistaartwork/

Incipit dal secolo scorso

Federico VemderLa nonna

Era sempre vestita di nero, ma quando passava per la piazza di Santa Maria del Mare, come fiamme d’inferno i colori le guizzavano intorno, dei gialli, dei viola, perfino talora dei rossi e dei verdi; non portava bracciali, eppure bagliori dorati sembravano splenderle intorno ai polsi. Camminava eretta, rapida, con i grandi capelli rialzati oscillanti: impeto e altezza; sotto la gonna nera si profilava elegante la gamba fino alla coscia; la veste era scollata sul petto magro, arrossato, un largo nastro di velluto nero le fermava le arterie agitate del collo.

(da “Althénopis”, Fabrizia Ramondino, 1981, Einaudi ed. ;

foto di Federico Vender)

Exstra:

Ad alta voce – radiorai3 http://www.radio3.rai.it/dl/portaleRadio/media/ContentItem-6f0ca358-7bc8-4fc9-af13-2d895361c98d.html

Dall’enciclopedia Treccani – http://www.treccani.it/enciclopedia/fabrizia-ramondino/

Fabrizia ramon(in foto, Fabrizia Ramondino)

Ingeborg Bachmann , l’Orsa

La nostra società è talmente malata che fa diventare malato l’individuo e che l’individuo in questa società, in questo mondo, alla fine si dice che muore, ma questo non è vero perché ognuno di noi alla fine è stato ucciso

I. Bachmann

 

Invocazione all’Orsa Maggiore

Orsa Maggiore, scendi irsuta notte,
animale dal vello di nuvole
e gli occhi antichi, occhi stellari;
sbucano dall’intrico scintillanti
le tue zampe e gli artigli,
artigli stellari;
vigili custodiamo le greggi,
pur ammaliati da te, e diffidiamo
dei tuoi lombi stanchi
e delle zanne aguzze per metà scoperte,
vecchia Orsa.

Una pigna, il vostro mondo.
Voi, le scaglie intorno.
Io lo spingo, lo rotolo,
dagli abeti in principio
agli abeti alla fine:
lo fiuto, lo tento col muso,
e con le zampe l’abbranco.

Abbiate o non abbiate timore:
versate l’obolo nella borsa sonante e date
una buona parola all’uomo cieco,
che l’Orsa trattenga al guinzaglio.
E insaporite bene gli agnelli.

Potrebbe, quest’Orsa, strappare i lacci,
non più minacciare ma dare
la caccia a tutte le pigne cadute
dagli abeti, i grandi abeti alati
precipitati dal paradiso.

[trad.: M.T. Mandalari, TEA 1996]

Anrufung des Großen Bären

Großer Bär, komm herab, zottige Nacht,
Wolkenpelztier mit den alten Augen,
Sternenaugen,
durch das Dickicht brechen schimmernd
deine Pfoten mit den Krallen,
Sternenkrallen,
wachsam halten wir die Herden,
doch gebannt von dir, und mißtrauen
deinen müden Flanken und den scharfen
halbentblößten Zähnen,
alter Bär.

Ein Zapfen: eure Welt.
Ihr: die Schuppen dran.
Ich treib sie, roll sie
von den Tannen im Anfang
zu den Tannen am Ende,
schnaub sie an, prüf sie im Maul
und pack zu mit den Tatzen.

Fürchtet euch oder fürchtet euch nicht!
Zahlt in den Klingelbeutel und gebt
dem blinden Mann ein gutes Wort,
daß er den Bären an der Leine hält.
Und würzt die Lämmer gut.

‘s könnt sein, daß dieser Bär
sich losreißt, nicht mehr droht
und alle Zapfen jagt, die von den Tannen
gefallen sind, den großen, geflügelten,
die aus dem Paradies stürzen.

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Foto di Margarita Kareva

Giorni in bianco

In questi giorni, mi levo con le betulle
e sulla fronte ravvio le ciocche di frumento
davanti a uno specchio di ghiaccio.

Amalgamato al mio respiro
sfiocca il latte:
così di buon’ora ha facile schiuma.
E dove il vetro appanno con l’alito
appare, dipinto da un dito infantile,
ancora il tuo nome: innocenza!
Dopo tanto tempo.

In questi giorni, non mi duole
di sapere dimenticare
e di essere costretta a ricordare.

Amo. Fino all’incandescenza io amo,
e ne ringrazio biblicamente il cielo.
L’ho imparato in volo.

In questi giorni, io ripenso all’albatro
che mi ha sollevata e trasportata
in un paese che è un foglio bianco.

All’orizzonte immagino,
fulgido nel suo tramonto,
il mio favoloso continente
laggiù, che mi ha congedata
già rivestita del sudario.

Vivo, e da lontano ascolto il suo canto del cigno!

[trad.: M.T. Mandalari]

 

Tage in weiß

In diesen Tagen steh ich auf mit den Birken
und kämm mir das Weizenhaar aus der Stirn
vor einem Spiegel aus Eis.

Mit meinem Atem vermengt,
flockt die Milch.
So früh schäumt sie leicht.
Und wo ich die Scheibe behauch, erscheint,
von einem kindlichen Finger gemalt,
wieder dein Name: Unschuld!
Nach so langer Zeit.

In diesen Tagen schmerzt mich nicht,
daß ich vergessen kann
und mich erinnern muß.

Ich liebe. Bis zur Weißglut
lieb ich und danke mit englischen Grüßen.
Ich hab sie im Fluge erlernt.

In diesen Tagen denk ich des Albatros’,
mit dem ich mich auf-
und herüberschwang
in ein unbeschriebenes Land.

Am Horizont ahne ich,
glanzvoll im Untergang,
meinen fabelhaften Kontinent
dort drüben, der mich entließ
im Totenhemd.

Ich lebe und höre von fern seinen Schwanengesang!

da “Anrufung des Großen Bären”, München, 1956 

Dichtende Maerchenprinzessin mit scharfem Verstand

Puntata Rai3 su “Màlina”, romanzo della Bachmann, a cura di Gabriella Caramore

http://www.rai.it/dl/portaleRadio/media/ContentItem-e6500f2d-03a1-48c9-b9d5-1eb1cbf8911d.html

Soundtrack consigliata :

 

 

La divulgazione poetica “dal basso”

Ho deciso, lo scorso Aprile, di inaugurare un Laboratorio di Poesia, intesa come “azione” creatrice – e quindi rivolto ai poeti delle forme linguistiche, pittoriche, musicali e performative di vario genere.

Dal primo appuntamento, la tipologia di incontro ha riscontrato l’entusiamo dei presenti, che hanno partecipato con presenza emotiva, psicologica e fisica alle quattro fasi in cui divido ogni appuntamento.

Per me era importante creare un’occasione simile perché ho notato – negli anni di giornalismo e di curiosità personale – una disumanizzazione del rapporto  dell’uomo con l’arte.

Mio scopo era quindi quello di ritrovare – assieme – la gioia primigenia del creare, senza aspettative e senza giudizi, in un ambiente “aperto”, ma sicuro, protetto dalle gabbie del narcisismo, del desiderio di accettazione, della voglia di avere “tanti likes” ed affini.

L’arte, in prima istanza, è strumento dorato che ci conferisce il privilegio di leggere negli altri il Bello, il Giusto, il Vero – ognuno di noi ne è frammento e nessuno ne è escluso.

Il “Laboratorio di SperimentAzione Poetica” continua ad evolversi ed è sempre più aperto alla cancellazione di frontiere, per apprezzare le differenze  culturali e linguistiche degli altri popoli.

Nel suo secondo appuntamento, infatti, ho avuto il piacere di avere ospiti il Dott. Vincenzo Restivo , scrittore e Professore di lingua spagnola e portoghese presso un istituto superiore locale, e la Dott.ssa Chiara Costanzo, impegnata nella diffusione e divulgazione delle culture orientali, nonché docente di Arabo.

Vincenzo ha portato una sua traduzione di una poesia di Ana Paula Ribeiro Tavares, (qui il video), leggendola in Portoghese e in Italiano, mentre Chiara ha portato una poesia della  poetessa Joumana Haddad, leggendola in arabo e chiedendo a me di leggere la sua traduzione in Italiano. Ne è venuta fuori una bella performance italoaraba !

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A sinistra, io, a  destra, Chiara Costanzo. Foto di Esse Alfredo.

Questo momento dedicato all’intercultura, è sempre rivolto ai contemporanei, perché credo fortemente noi poeti non dobbiamo trattarci “da morti” – possiamo scrivere finché siamo in vita, parafrasando Michelle Houellebecq, ed emozionarci attraverso l’emozione che stiamo ricevendo e donando al contempo.

Leggere, proporre o tradurre un contemporaneo – dargli la possibilità di affacciarsi ad un palco per la prima volta, di provare quanto bruci il suo fuoco -la ritengo esperienza fondamentale per la formazione di un poeta in nuce e in divenire   .

Proprio per questo, la partecipazione agli eventi è totalmente gratuita.

Link agli eventi Facebook: 

Primo appuntamento

Secondo appuntamento

Link agli album Facebook del Laboratorio:

Prima data  – 27.04.2016 

Seconda data – 25.05.2016

Per informazioni , scrivere a maria.dellomo@yahoo.com

Ausencia – Inno alla Solitudine

La voce di Cesària Évora (1941-2011) in questa “morna” – canzone tipica capoverdiana intrisa di malinconia e desiderio – è un pennello largo dalle setole compatte che accarezza la tela di queste tristi e profonde parole.

Si asa um tivesse
Pa voa na esse distancia
Si um gazela um fosse
Pa corre sem nem um cansera

Anton ja na bo seio
Um tava ba manche
E nunca mas ausencia
Ta ser nos lema

Ma so na pensamento
Um ta viaja sem medo
Nha liberdade um te’l
E so na nha sonho

Na nha sonho mieforte
Um tem bo protecao
Um te so bo carinho
E bo sorriso

Ai solidao to’me
Sima sol sozim na ceu
So ta brilha ma ta cega
Na se clarao
Sem sabe pa onde lumia
Pa onde bai
Ai solidao e un sina…

kiki lima12

(dipinto di Kiki Lima, artista caboverdiano)
Traduzione

Se avessi ali
per ricoprire questa distanza,
se fossi una gazzella
che corre senza stancarsi mai,

Allora tra le tue braccia
io starei
e la parola assenza mai più
sarebbe tra noi

Ma solo nei tuoi pensieri
io viaggio senza paura
Sono libera soltanto
dei miei stessi sogni

In quelli più arditi
ho la tua protezione
ho le tue cure
e il tuo sorriso

Oh, solitudine!
Lì c’è il sole, tutto solo, su nel cielo.
Brilla, ma è cieco
nella sua luce
senza sapere dove diffondere il suo chiarore,
né dove andare.

Il piccolo capolavoro di Kirsten Lepore, un cortometraggio realizzato in stop-motion intitolato “Bottle“, rappresenta in maniera egregia le emozioni evocate dalla canzone.

Exstra:

Official site di Kirsten Lepore http://www.kirstenlepore.com/

Vimeo di Kirsten Lepore https://vimeo.com/kirstenlepore

Pagina Facebook di Kirsten Lepore https://www.facebook.com/kirstenlepore/

Omaggio del cantautore francese Stromae a Cesària: https://www.youtube.com/watch?v=rO1VDCZh_Ko

Piccola Galleria su Kiki Lima , pittore originario di Capo Verde

 

 

 

 

Gli incipit raffinati di Jean-Paul Sartre

 

I.

La signora Darbérat teneva un rahat lukùm tra le dita.

L’avvicinò alle labbra con precauzione e trattenne il respiro, temendo di dissipare col fiato il sottile velo di zucchero di cui era cosparso:  « È alla rosa », si disse. Bruscamente diede un morso a quella carne vetrificata e un sapore d’acqua stagnante le riempì la bocca.  « È strano come la malattia acuisca le sensazioni ». Si mise a pensare a moschee, a orientali ossequiosi, (era stata ad Algeri durante il viaggio di nozze) e le sue labbra pallide abbozzarono un sorriso: anche il rahat lukùm era ossequioso.

Dovette passare a più riprese  il palmo della mano sulle pagine del libro che, nonostante le sue precauzioni, si eran coperte d’un sottile strato di polvere bianca. Le sue mani facevano scivolare, rotolare, stridere i granellini di zucchero sulla carta liscia. « Questo mi ricorda Archacon, quando leggevo sulla spiaggia ».

Aveva passato al mare l’estate del 1907. Portava in quel tempo un gran cappello di paglia con un nastro verde; s’installava proprio vicino al molo con un romanzo di Gyp o di Colette Yver.

Il vento le faceva piovere sulle ginocchia mulinelli di sabbia e, di tanto in tanto, ella scoteva il libro tenendolo per gli angoli. Era proprio la stessa sensazione: solo che i granellini di sabbia eran del tutto asciutti mentre questi piccoli detriti di zucchero le si appiccicavano un po’ alla punta delle dita. Rivide una striscia di cielo grigio-perla che sovrastava un mare nero. « Eva non era ancora nata ».

Si sentiva tutta piena di ricordi e preziosa come uno scrigno di sandalo.

(Incipit de “La camera” di Jean-Paul Sartre, da «Il muro », Ed. Einaudi, pag. 35)

stanisdessyL’ incipit, nelle strutture narrative brevi, deve contenere in sé la chiave della  storia che si andrà a sviluppare – i cosiddetti “semi della tragedia”.  A differenza della narrazioni più lunghe, come i romanzi, bisogna però condensare tutti i propri intenti in poche righe. Il punto di vista adoperato è quello degli occhi della signora Darbérat, cui lo scrittore “si accomoda”, scegliendo un ritmo narrativo che  immetta il fruitore nella forma mentis del suo personaggio. La ricchezza delle descrizioni, l’ossessione compiaciuta dei particolari, dicono molto – anticipano! – dell’avidità cui lo stato di malattia ha condotto la signora.

Ulteriore considerazione: se si sostituissero le pagine e l’inchiostro alla cinepresa, la resa sarebbe pressappoco la medesima; Sartre riesce cioè – e forse è dovuto alla mentalità da drammaturgo – a descrivere una perfetta scena riprendendone i dettagli visivi, sonori, olfattivi. La sua scrittura è carica di senso.

Di sicuro, un esempio di cui tener conto per un aspirante scrittore di finzioni, siano esse letterarie, teatrali o cinematografiche.

Maria Pia Dell’Omo

 

Note al racconto:

rahat lukum: lokum o harat al-qum, dolce tipico arabo.

Colette Yver: scrittrice cattolica francese (1874-1953) , Prix Femina nel 1907 per Princesses de science, romanzo femminista

Exstra: dipinto di Stanis Dessy, ritratta, la moglie Ada

Stanis Dessy: un articolo di approfondimento http://www.ilpickwick.it/index.php/arte/item/1671-estratto-secco-studio-su-stanis-dessy

Tomàs Segovia e il mistero della donna

Dimmi donna dove nascondi il tuo mistero
donna acqua pesante volume trasparente
più segreta quanto più ti spogli
quale è la forza del tuo splendore inerme
la tua abbagliante armatura di bellezza
dimmi non posso più con tante armi
donna seduta sdraiata abbandonata
insegnami il riposo il sonno e l’oblio
insegnami la lentezza del tempo
donna tu che convivi con la tua carne ignominiosa
come accanto ad un animale buono e calmo
donna nuda di fronte all’uomo armato
togli dalla mia testa questo casco d’ira
calmami guariscimi stendimi sulla fresca terra
toglimi questi vestiti di febbre che mi asfissiano
sommergimi indeboliscimi avvelena il mio pigro sangue
donna roccia della tribù sbandata
discingimi queste maglie e cinture di rigidezza e paura
con cui mi atterrisco e ti atterrisco e ci separo
donna oscura e umida pantano edenico
voglio la tua larga fragrante robusta sapienza,
voglio tornare alla terra e ai suoi succhi nutritivi
che corrono sul tuo ventre e i tuoi seni e irrigano la tua carne
voglio recuperare il peso e la completezza
voglio che tu m’inumidisca, m’ammolli, m’effemini
per capire la femminilità, la morbidezza umida del mondo
voglio appoggiata la fronte nel tuo grembo materno
tradire il ferreo esercito degli uomini
donna complice unica terribile sorella
dammi la mano torniamo ad inventare il mondo noi due soli

voglio non distaccare mai gli occhi da te
donna statua fatta di frutta colomba cresciuta
lasciami sempre vedere la tua misteriosa presenza
il tuo sguardo di ala e seta e lago nero
il tuo corpo tenebroso e raggiante plasmato di slancio senza incertezze
il tuo corpo infinitamente più tuo che per me quello mio
e che dai di slancio senza incertezze senza tenerti niente
il tuo corpo pieno e uno illuminato tutto di generosità
donna mendicante prodiga porto del pazzo Ulisse
non permettere che io dimentichi mai la tua voce di uccello memorioso
la parola calamitata che nel tuo intimo pronunci sempre nuda
la parola sempre giusta di folgorante ignoranza
la selvaggia purezza del tuo amore insensato
delirante senza freno abbrutito inviziato
il gemito nettissimo della tenerezza
lo sguardo pensieroso della prostituzione
la cruda chiara verità
dell’amore che assorbe e divora e si alimenta
l’invisibile zampata della divinazione
l’accettazione la comprensione la sapienza senza strade
la spugnosa maternità terreno di radici
donna casa del doloroso vagabondo
dammi da mordere la frutta della vita
la stabile frutta di luce del tuo corpo abitato
lasciami reclinare la mia fronte funesta
sul tuo grave grembo di paradiso boscoso
spogliami acquietami guariscimi di questa colpa acre
di non essere sempre armato ma soltanto io stesso.

 

Auguste Rodin, Disegno

(Un disegno di Auguste Rodin)

Versione originale: Dime mujer

Dime mujer dónde escondes tu misterio
mujer agua pesada volumen transparente
más secreta cuando más te desnudas
cuál es la fuerza de tu esplendor inerme
tu deslumbrante armadura de belleza
dime no puedo ya con tantas armas
mujer sentada acostada abandonada
enséñame el reposo el sueño y el olvido
enséñame la lentitud del tiempo
mujer tú que convives con tu ominosa carne
como junto a un animal bueno y tranquilo
mujer desnuda frente al hombre armado
quita de mi cabeza este casco de ira
cálmame cúrame tiéndeme sobre la fresca tierra
quítame este ropaje de fiebre que me asfixia
húndeme debilítame envenena mi perezosa sangre
mujer roca de la tribu desbandada
descíñeme estas mallas y cinturones de rigidez y miedo
con que me aterro y te aterro y nos separa
mujer oscura y húmeda pantano edénico
quiero tu ancha olorosa robusta sabiduría
quiero volver a la tierra y sus zumos nutricios
que corren por tu vientre y tus pechos y que riegan tu carne
quiero recuperar el peso y la rotundidad
quiero que me humedezcas me ablandes me afemines
para entender la feminidad la blandura húmeda del mundo
quiero apoyada la cabeza en tu regazo materno
traicionar al acerado ejército de los hombres
mujer cómplice única terrible hermana
dame la mano volvamos a inventar el mundo los dos solos
quiero no apartar nunca de ti los ojos
mujer estatua hecha de frutas paloma crecida
déjame siempre ver tu misteriosa presencia
tu mirada de ala y de seda y de lago negro
tu cuerpo tenebroso y radiante plasmado de una vez sin titubeos
tu cuerpo infinitamente más tuyo que para mí el mío
y que entregas de una vez sin titubeos sin guardar nada
tu cuerpo pleno y uno todo iluminado de generosidad
mujer mendiga pródiga puerto del loco Ulises
no me dejes olvidar nunca tu voz de ave memoriosa
tu palabra imantada que en tu interior pronuncias siempre desnuda
tu palabra certera de fulgurante ignorancia
la salvaje pureza de tu amor insensato
desvariado sin freno brutalizado enviciado
el gemido limpísimo de la ternura
la pensativa mirada de la prostitución
y la clara verdad cruda
del amor que sorbe y devora y se alimenta
el invisible zarpazo de la adivinación
la aceptación la comprensión la sabiduría sin caminos
la esponjosa maternidad terreno de raíces
mujer casa del doloroso vagabundo
dame a morder la fruta de la vida
la firme fruta de luz de tu cuerpo habitado
déjame recostar mi frente aciaga
en tu grave regazo de paraíso boscoso
desnúdame apacíguame cúrame de esta culpa ácida
de no ser siempre armado sino sólo yo mismo.

Tomàs Segovia  (1927-2011)

Scrittore, poeta, saggista spagnolo naturalizzato messicano. Professore di Francese, di Letteratura, fondatore di un progetto di approfondimento e insegnamento della traduzione, coinvolto nella stesura nel Dizionario di Spagnolo del Messico; vincitore della beca Guggenheim nel 1950 e di numerosi premi letterari. Si dedicò inoltre al cinema e alla radio.

Dime Mujer sarà sicuramente bellissima in Italiano, ma vi invito a conoscere il suo suono natio, nella sezione Exstra, in fondo  al post.

Exstra:

La poesia, declamata nell’idioma originario

 

e, ancora:

http://www.palabravirtual.com/index.php?ir=ver_voz.php&wid=447&t=Dime+mujer&p=Tom%E1s+Segovia&o=Tom%E1s+Segovia

Una lirica di Segovia: http://natakarla.blogspot.it/2012/04/quello-che-ho-tomas-segovia.html

Piccolo esperimento:

Ho chiesto ad una persona amica di interpretare il sonoramente il disegno di Rodin. Mi ha risposto con un brano dalle tinte gotiche – il prossimo appuntamento con il blog sarà dunque su Rodin e in particolare incentrato su una sua opera “gotica”. Cosa ne pensate?

Intanto, vi lascio il brano, che contiene ampi stralci de “La maschera della morte rossa” (1842) di Edgar Allan Poe, cui si ispira.

Per accompagnare la poesia e le sue sonorità, invece, propongo una czarda (“ciarda”) di Monti, interpretata con il mandolino

 

La sposa di cera

Ruberemo i Diabolik dalle case al mare degli amici.
Costruiremo un rifugio antiatomico dove saremo felici
e poi ti preparerò una minestra che non sa di niente
con il cielo fanfarone a finestra
respirare il cielo e la gente.

Ti piace cantare –
l’ukulele sarà il mio testimone,
il pianoforte l’altare.
Inviteremo tutti i soldatini,
il prete lo farà il tuo cane !
Mi vuoi sposare?

Ruberemo le lattine dai secchioni, fuori dai locali.
Costruiremo un’antenna parabolica per ricevere interferenze spaziali
e poi quando sarai stanca e non saprai più che fare
ruberemo la sirena dall’ambulanza per riportarla nel mare.

Ti piace cantare –
l’ukulele sarà il mio testimone,
il pianoforte l’altare.
Inviteremo tutti i soldatini
e il prete lo farà il tuo cane !
Mi vuoi sposare?

E poi ti pettinerò i capelli con una stella di mare,
farai sogni così lunghi e belli che li potrai disegnare
e, quando viene la sera,
io sarò un marito di carta e tu una sposa di cera:
bruceremo come il sangue di una santa acciuga –
una candela
per una vita intera

Se si può parlare di stoviglie e amore, assieme, rimane intatta la forma attraverso sui si canta un sentimento. Nell’ultimo ventennio i comunicatori di emozioni – poeti e cantautori – hanno sentito il bisogno di investire nei piccoli oggetti del quotidiano, stravolgendoli, caricandoli di senso.

Forse l’eccesso di tanta materia – le produzioni massive di beni di consumo – hanno reso “qualunque” una caffettiera, “qualsiasi” una tastiera di un PC, “banale” una serie di piatti made in China.

Quello che credo rivendichi questo tipo di poetica è quel realismo magico di cui si sono fatti portatori sani alcuni pittori del neodeceduto secolo scorso. Si avverte il bisogno di reinventare il quotidiano, fatto di corse e urgenze, per caricare “le cose” di significati e ricordi. Forse anche  poteri, come quello evocativo.

Leo Pari, abilissimo nei calembours, reinventa dolcemente il mondo, raccontando storie disperse, apparentemente “comuni” nel loro essere comunemente straordinarie .

Canzone tratta da “Sirène” (2013), Album

CREDITI:
Produzione esecutiva: Gas Vintage Records
Prodotto da Leo Pari e Mr.Coffee
Registrato tra il 5 e il 20 agosto 2012 presso i “Gas Vintage Studios” di Roma
Mixato da Tommaso Colliva presso il “Che Studio” di Milano
Masterizzato da Giovanni Versari presso “La Maestà” di Forlì
Leo Pari: voce, chitarra acustica, chitarra elettrica, pianoforte, sintetizzatori, armonica, ukulele
Daniele Rossi aka Mr.Coffee: Pianoforte, Organo Hammond, Wurlitzer, Sintetizzatori, Mellotron
Matteo Pezzolet: Basso
Cristiano “DeFa” DeFabritiis: Batteria
Renzo “Del Boia” Fiaschetti: chitarra elettrica su: C.U.O.R.E., Assholo, Piccolo Sogno
Roberto Angelini: Lap Steel e Pedal Steel e chitarra elettrica su: Cara Maria, La Sposa di Cera, L’Uomo Niente, C.U.O.R.E., Boogie #12, Assholo

Exstra:

Cosa sono i calembours?

http://www.linguafrancese.it/linguistica/calembours.htm

Biografia di Leo Pari (Official Site):

http://www.leopari.com/bio