“Dopo averti guarito mille volte”, Alda Merini

La disciplina del canto

A volte si cambia in ansia
e se tu non dicessi ogni momento:
«Io sto morendo»,
certo non andrei in confusione.
Sai benissimo che per una perla
si perde molto tempo in acqua,
sai benissimo che per te
sono disposta a pagare,
per rompere quel silenzio informe
che ti sta diffamando.
Chi ti ha messo la pietra nel focolare,
chi ti ha pregato di non amarmi più,
ma soprattutto, chi ti ha tradito?
Diceva un tale:
«Anche io piango
perché faccio miracoli
e non ho ancora una croce».
E anche adesso, Titano,
mi meraviglio assai
che dopo averti guarito mille volte
ti trovo ascritto all’albo dei folli,
come una mela marcia.

 

(Alda Merini,  dalla silloge “Titano amori intorno“, ed. “La vita felice“, 1993, pg. 36;

collana Labirinti – Collezione di poesia,

www.lavitafelice.it  )

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Abita-re, di Maria Pia Dell’Omo

Non farmi tua casa.                                                                                                                       Erodi le fondamenta e dammi terra nuova
e cieli e spazi incommensurabili.
Dimmi “la mia casa sei tu senza radici”

(Maria Pia Dell’Omo)

Micropoesia pubblicata su : http://spillwords.com/abita-re/

 

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Disegno di Chiara Bautista.

Per approfondire:

http://www.rosminipadova.it/i-misteriosi-disegni-di-chiara-bautista/

https://www.facebook.com/chiarabautistaartwork/

Riparare chi ami

Le persone a volte si rompono. Spesso senza averne colpa. Si guasta qualcosa e i danni diventano sempre più visibili col passare del tempo, gli errori si ripetono e moltiplicano, di volta in volta più evidenti.
Non puoi riparare una persona, ma puoi passarle cacciavite e martello quando decide di farlo da sé.

(Manhattan Tango – Alessandro Ronca)

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Alessandro Ronca è musicista, autore e compositore .

Manhattan Tango (ed. Youcantprint) è il suo romanzo d’esordio.

La divulgazione poetica “dal basso”

Ho deciso, lo scorso Aprile, di inaugurare un Laboratorio di Poesia, intesa come “azione” creatrice – e quindi rivolto ai poeti delle forme linguistiche, pittoriche, musicali e performative di vario genere.

Dal primo appuntamento, la tipologia di incontro ha riscontrato l’entusiamo dei presenti, che hanno partecipato con presenza emotiva, psicologica e fisica alle quattro fasi in cui divido ogni appuntamento.

Per me era importante creare un’occasione simile perché ho notato – negli anni di giornalismo e di curiosità personale – una disumanizzazione del rapporto  dell’uomo con l’arte.

Mio scopo era quindi quello di ritrovare – assieme – la gioia primigenia del creare, senza aspettative e senza giudizi, in un ambiente “aperto”, ma sicuro, protetto dalle gabbie del narcisismo, del desiderio di accettazione, della voglia di avere “tanti likes” ed affini.

L’arte, in prima istanza, è strumento dorato che ci conferisce il privilegio di leggere negli altri il Bello, il Giusto, il Vero – ognuno di noi ne è frammento e nessuno ne è escluso.

Il “Laboratorio di SperimentAzione Poetica” continua ad evolversi ed è sempre più aperto alla cancellazione di frontiere, per apprezzare le differenze  culturali e linguistiche degli altri popoli.

Nel suo secondo appuntamento, infatti, ho avuto il piacere di avere ospiti il Dott. Vincenzo Restivo , scrittore e Professore di lingua spagnola e portoghese presso un istituto superiore locale, e la Dott.ssa Chiara Costanzo, impegnata nella diffusione e divulgazione delle culture orientali, nonché docente di Arabo.

Vincenzo ha portato una sua traduzione di una poesia di Ana Paula Ribeiro Tavares, (qui il video), leggendola in Portoghese e in Italiano, mentre Chiara ha portato una poesia della  poetessa Joumana Haddad, leggendola in arabo e chiedendo a me di leggere la sua traduzione in Italiano. Ne è venuta fuori una bella performance italoaraba !

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A sinistra, io, a  destra, Chiara Costanzo. Foto di Esse Alfredo.

Questo momento dedicato all’intercultura, è sempre rivolto ai contemporanei, perché credo fortemente noi poeti non dobbiamo trattarci “da morti” – possiamo scrivere finché siamo in vita, parafrasando Michelle Houellebecq, ed emozionarci attraverso l’emozione che stiamo ricevendo e donando al contempo.

Leggere, proporre o tradurre un contemporaneo – dargli la possibilità di affacciarsi ad un palco per la prima volta, di provare quanto bruci il suo fuoco -la ritengo esperienza fondamentale per la formazione di un poeta in nuce e in divenire   .

Proprio per questo, la partecipazione agli eventi è totalmente gratuita.

Link agli eventi Facebook: 

Primo appuntamento

Secondo appuntamento

Link agli album Facebook del Laboratorio:

Prima data  – 27.04.2016 

Seconda data – 25.05.2016

Per informazioni , scrivere a maria.dellomo@yahoo.com

Ausencia – Inno alla Solitudine

La voce di Cesària Évora (1941-2011) in questa “morna” – canzone tipica capoverdiana intrisa di malinconia e desiderio – è un pennello largo dalle setole compatte che accarezza la tela di queste tristi e profonde parole.

Si asa um tivesse
Pa voa na esse distancia
Si um gazela um fosse
Pa corre sem nem um cansera

Anton ja na bo seio
Um tava ba manche
E nunca mas ausencia
Ta ser nos lema

Ma so na pensamento
Um ta viaja sem medo
Nha liberdade um te’l
E so na nha sonho

Na nha sonho mieforte
Um tem bo protecao
Um te so bo carinho
E bo sorriso

Ai solidao to’me
Sima sol sozim na ceu
So ta brilha ma ta cega
Na se clarao
Sem sabe pa onde lumia
Pa onde bai
Ai solidao e un sina…

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(dipinto di Kiki Lima, artista caboverdiano)
Traduzione

Se avessi ali
per ricoprire questa distanza,
se fossi una gazzella
che corre senza stancarsi mai,

Allora tra le tue braccia
io starei
e la parola assenza mai più
sarebbe tra noi

Ma solo nei tuoi pensieri
io viaggio senza paura
Sono libera soltanto
dei miei stessi sogni

In quelli più arditi
ho la tua protezione
ho le tue cure
e il tuo sorriso

Oh, solitudine!
Lì c’è il sole, tutto solo, su nel cielo.
Brilla, ma è cieco
nella sua luce
senza sapere dove diffondere il suo chiarore,
né dove andare.

Il piccolo capolavoro di Kirsten Lepore, un cortometraggio realizzato in stop-motion intitolato “Bottle“, rappresenta in maniera egregia le emozioni evocate dalla canzone.

Exstra:

Official site di Kirsten Lepore http://www.kirstenlepore.com/

Vimeo di Kirsten Lepore https://vimeo.com/kirstenlepore

Pagina Facebook di Kirsten Lepore https://www.facebook.com/kirstenlepore/

Omaggio del cantautore francese Stromae a Cesària: https://www.youtube.com/watch?v=rO1VDCZh_Ko

Piccola Galleria su Kiki Lima , pittore originario di Capo Verde

 

 

 

 

Tomàs Segovia e il mistero della donna

Dimmi donna dove nascondi il tuo mistero
donna acqua pesante volume trasparente
più segreta quanto più ti spogli
quale è la forza del tuo splendore inerme
la tua abbagliante armatura di bellezza
dimmi non posso più con tante armi
donna seduta sdraiata abbandonata
insegnami il riposo il sonno e l’oblio
insegnami la lentezza del tempo
donna tu che convivi con la tua carne ignominiosa
come accanto ad un animale buono e calmo
donna nuda di fronte all’uomo armato
togli dalla mia testa questo casco d’ira
calmami guariscimi stendimi sulla fresca terra
toglimi questi vestiti di febbre che mi asfissiano
sommergimi indeboliscimi avvelena il mio pigro sangue
donna roccia della tribù sbandata
discingimi queste maglie e cinture di rigidezza e paura
con cui mi atterrisco e ti atterrisco e ci separo
donna oscura e umida pantano edenico
voglio la tua larga fragrante robusta sapienza,
voglio tornare alla terra e ai suoi succhi nutritivi
che corrono sul tuo ventre e i tuoi seni e irrigano la tua carne
voglio recuperare il peso e la completezza
voglio che tu m’inumidisca, m’ammolli, m’effemini
per capire la femminilità, la morbidezza umida del mondo
voglio appoggiata la fronte nel tuo grembo materno
tradire il ferreo esercito degli uomini
donna complice unica terribile sorella
dammi la mano torniamo ad inventare il mondo noi due soli

voglio non distaccare mai gli occhi da te
donna statua fatta di frutta colomba cresciuta
lasciami sempre vedere la tua misteriosa presenza
il tuo sguardo di ala e seta e lago nero
il tuo corpo tenebroso e raggiante plasmato di slancio senza incertezze
il tuo corpo infinitamente più tuo che per me quello mio
e che dai di slancio senza incertezze senza tenerti niente
il tuo corpo pieno e uno illuminato tutto di generosità
donna mendicante prodiga porto del pazzo Ulisse
non permettere che io dimentichi mai la tua voce di uccello memorioso
la parola calamitata che nel tuo intimo pronunci sempre nuda
la parola sempre giusta di folgorante ignoranza
la selvaggia purezza del tuo amore insensato
delirante senza freno abbrutito inviziato
il gemito nettissimo della tenerezza
lo sguardo pensieroso della prostituzione
la cruda chiara verità
dell’amore che assorbe e divora e si alimenta
l’invisibile zampata della divinazione
l’accettazione la comprensione la sapienza senza strade
la spugnosa maternità terreno di radici
donna casa del doloroso vagabondo
dammi da mordere la frutta della vita
la stabile frutta di luce del tuo corpo abitato
lasciami reclinare la mia fronte funesta
sul tuo grave grembo di paradiso boscoso
spogliami acquietami guariscimi di questa colpa acre
di non essere sempre armato ma soltanto io stesso.

 

Auguste Rodin, Disegno

(Un disegno di Auguste Rodin)

Versione originale: Dime mujer

Dime mujer dónde escondes tu misterio
mujer agua pesada volumen transparente
más secreta cuando más te desnudas
cuál es la fuerza de tu esplendor inerme
tu deslumbrante armadura de belleza
dime no puedo ya con tantas armas
mujer sentada acostada abandonada
enséñame el reposo el sueño y el olvido
enséñame la lentitud del tiempo
mujer tú que convives con tu ominosa carne
como junto a un animal bueno y tranquilo
mujer desnuda frente al hombre armado
quita de mi cabeza este casco de ira
cálmame cúrame tiéndeme sobre la fresca tierra
quítame este ropaje de fiebre que me asfixia
húndeme debilítame envenena mi perezosa sangre
mujer roca de la tribu desbandada
descíñeme estas mallas y cinturones de rigidez y miedo
con que me aterro y te aterro y nos separa
mujer oscura y húmeda pantano edénico
quiero tu ancha olorosa robusta sabiduría
quiero volver a la tierra y sus zumos nutricios
que corren por tu vientre y tus pechos y que riegan tu carne
quiero recuperar el peso y la rotundidad
quiero que me humedezcas me ablandes me afemines
para entender la feminidad la blandura húmeda del mundo
quiero apoyada la cabeza en tu regazo materno
traicionar al acerado ejército de los hombres
mujer cómplice única terrible hermana
dame la mano volvamos a inventar el mundo los dos solos
quiero no apartar nunca de ti los ojos
mujer estatua hecha de frutas paloma crecida
déjame siempre ver tu misteriosa presencia
tu mirada de ala y de seda y de lago negro
tu cuerpo tenebroso y radiante plasmado de una vez sin titubeos
tu cuerpo infinitamente más tuyo que para mí el mío
y que entregas de una vez sin titubeos sin guardar nada
tu cuerpo pleno y uno todo iluminado de generosidad
mujer mendiga pródiga puerto del loco Ulises
no me dejes olvidar nunca tu voz de ave memoriosa
tu palabra imantada que en tu interior pronuncias siempre desnuda
tu palabra certera de fulgurante ignorancia
la salvaje pureza de tu amor insensato
desvariado sin freno brutalizado enviciado
el gemido limpísimo de la ternura
la pensativa mirada de la prostitución
y la clara verdad cruda
del amor que sorbe y devora y se alimenta
el invisible zarpazo de la adivinación
la aceptación la comprensión la sabiduría sin caminos
la esponjosa maternidad terreno de raíces
mujer casa del doloroso vagabundo
dame a morder la fruta de la vida
la firme fruta de luz de tu cuerpo habitado
déjame recostar mi frente aciaga
en tu grave regazo de paraíso boscoso
desnúdame apacíguame cúrame de esta culpa ácida
de no ser siempre armado sino sólo yo mismo.

Tomàs Segovia  (1927-2011)

Scrittore, poeta, saggista spagnolo naturalizzato messicano. Professore di Francese, di Letteratura, fondatore di un progetto di approfondimento e insegnamento della traduzione, coinvolto nella stesura nel Dizionario di Spagnolo del Messico; vincitore della beca Guggenheim nel 1950 e di numerosi premi letterari. Si dedicò inoltre al cinema e alla radio.

Dime Mujer sarà sicuramente bellissima in Italiano, ma vi invito a conoscere il suo suono natio, nella sezione Exstra, in fondo  al post.

Exstra:

La poesia, declamata nell’idioma originario

 

e, ancora:

http://www.palabravirtual.com/index.php?ir=ver_voz.php&wid=447&t=Dime+mujer&p=Tom%E1s+Segovia&o=Tom%E1s+Segovia

Una lirica di Segovia: http://natakarla.blogspot.it/2012/04/quello-che-ho-tomas-segovia.html

Piccolo esperimento:

Ho chiesto ad una persona amica di interpretare il sonoramente il disegno di Rodin. Mi ha risposto con un brano dalle tinte gotiche – il prossimo appuntamento con il blog sarà dunque su Rodin e in particolare incentrato su una sua opera “gotica”. Cosa ne pensate?

Intanto, vi lascio il brano, che contiene ampi stralci de “La maschera della morte rossa” (1842) di Edgar Allan Poe, cui si ispira.

Per accompagnare la poesia e le sue sonorità, invece, propongo una czarda (“ciarda”) di Monti, interpretata con il mandolino

 

La sposa di cera

Ruberemo i Diabolik dalle case al mare degli amici.
Costruiremo un rifugio antiatomico dove saremo felici
e poi ti preparerò una minestra che non sa di niente
con il cielo fanfarone a finestra
respirare il cielo e la gente.

Ti piace cantare –
l’ukulele sarà il mio testimone,
il pianoforte l’altare.
Inviteremo tutti i soldatini,
il prete lo farà il tuo cane !
Mi vuoi sposare?

Ruberemo le lattine dai secchioni, fuori dai locali.
Costruiremo un’antenna parabolica per ricevere interferenze spaziali
e poi quando sarai stanca e non saprai più che fare
ruberemo la sirena dall’ambulanza per riportarla nel mare.

Ti piace cantare –
l’ukulele sarà il mio testimone,
il pianoforte l’altare.
Inviteremo tutti i soldatini
e il prete lo farà il tuo cane !
Mi vuoi sposare?

E poi ti pettinerò i capelli con una stella di mare,
farai sogni così lunghi e belli che li potrai disegnare
e, quando viene la sera,
io sarò un marito di carta e tu una sposa di cera:
bruceremo come il sangue di una santa acciuga –
una candela
per una vita intera

Se si può parlare di stoviglie e amore, assieme, rimane intatta la forma attraverso sui si canta un sentimento. Nell’ultimo ventennio i comunicatori di emozioni – poeti e cantautori – hanno sentito il bisogno di investire nei piccoli oggetti del quotidiano, stravolgendoli, caricandoli di senso.

Forse l’eccesso di tanta materia – le produzioni massive di beni di consumo – hanno reso “qualunque” una caffettiera, “qualsiasi” una tastiera di un PC, “banale” una serie di piatti made in China.

Quello che credo rivendichi questo tipo di poetica è quel realismo magico di cui si sono fatti portatori sani alcuni pittori del neodeceduto secolo scorso. Si avverte il bisogno di reinventare il quotidiano, fatto di corse e urgenze, per caricare “le cose” di significati e ricordi. Forse anche  poteri, come quello evocativo.

Leo Pari, abilissimo nei calembours, reinventa dolcemente il mondo, raccontando storie disperse, apparentemente “comuni” nel loro essere comunemente straordinarie .

Canzone tratta da “Sirène” (2013), Album

CREDITI:
Produzione esecutiva: Gas Vintage Records
Prodotto da Leo Pari e Mr.Coffee
Registrato tra il 5 e il 20 agosto 2012 presso i “Gas Vintage Studios” di Roma
Mixato da Tommaso Colliva presso il “Che Studio” di Milano
Masterizzato da Giovanni Versari presso “La Maestà” di Forlì
Leo Pari: voce, chitarra acustica, chitarra elettrica, pianoforte, sintetizzatori, armonica, ukulele
Daniele Rossi aka Mr.Coffee: Pianoforte, Organo Hammond, Wurlitzer, Sintetizzatori, Mellotron
Matteo Pezzolet: Basso
Cristiano “DeFa” DeFabritiis: Batteria
Renzo “Del Boia” Fiaschetti: chitarra elettrica su: C.U.O.R.E., Assholo, Piccolo Sogno
Roberto Angelini: Lap Steel e Pedal Steel e chitarra elettrica su: Cara Maria, La Sposa di Cera, L’Uomo Niente, C.U.O.R.E., Boogie #12, Assholo

Exstra:

Cosa sono i calembours?

http://www.linguafrancese.it/linguistica/calembours.htm

Biografia di Leo Pari (Official Site):

http://www.leopari.com/bio

Juan Vicente Piqueras: due liriche

Manzana de mar

Io sarei il maschio e tu la femmina
vestita di tormenta.
Dormiresti
nella culla del mare più impensato,
diadema d’altra luce sui capelli,
nelle mani remote
la sabbia fuggitiva
di noi due, desertici e felici.

E vivremmo lontano, dimentichi
del tempo, dell’ora, in cui fummo schiavi
della nostra paura, di questo assurdo
mondo, sicario assoldato dalla morte.

L’isola è in noi
ad aspettare
che la rabbia maturi e ci rapisca.

Io sarei il maschio e tu la femmina.

E la mela sarebbe la memoria.

(Traduzione: Martha L. Canfield)
(anche se io avrei tradotto l’ultimo verso con:
“La memoria sarebbe una mela”)
 Testo Originale
Yo sería un varon e tú una hembra
vestida de tormenta.
Dormirías
en la palma del mar menos pensado,
diadema de otra luz en tus cabellos,
y en las manos remotas
la arena fugitiva
de nosotros, desiertos y felices.

Viviríamos lejos, olvidados
Del tempo, ahora, en que éramos esclavos,
de nuestro proprio miedo y de este absurdo
mundo, sicario a sueldo de la muerte.

La isla está en nosotros
Guardando
Que la rabia madure y se nos lleve.

Yo sería el varón y tú la hembra.

La memoria sería una manzana.

Vigilia di restare

Tutto è pronto: la valigia,
le camicie, le mappe, la fatua speranza.

Mi spolvero le palpebre.
Ho messo all’occhiello
la rosa dei venti.

Tutto è pronto: il mare, l’atlante, l’aria.

Mi manca solo il quando, il dove,
un diario di bordo, le carte
di navigazione, venti a favore,
il coraggio e qualcuno che mi ami
come non so amarmi io.

La nave che non c’è, le mani attonite,
lo sguardo intento, le imboscate,
il filo ombelicale dell’orizzonte
che sottolinea questi versi sospesi…

Tutto è pronto. Sul serio. Invano.

(foto di Robert Doisneu)
Testo Originale: Vìspera de quidarse
Todo está preparado: la maleta,
las camisas, los mapas, la fatua esperanza.

Me estoy quitando el polvo de los párpados.
Me he puesto en la solapa
la rosa de los vientos.

Todo está a punto: el mar, el aire, el atlas.

Sólo me falta el cuándo,
el adónde, un cuaderno de bitácora,
cartas de marear, vientos propicios,
valor y alguien que sepa
quererme como no me quiero yo.

El barco que no existe, la mirada,
los peligros, las manos del asombro,
el hilo umbilical del horizonte
que subraya estos versos suspensivos…

Todo está preparado: en serio, en vano.

Juan Vicente Piqueras
Juan Vicente Piqueras è un affascinante contemporaneo, che merita la dovuta attenzione.
Altre informazioni su :

Yosano Akiko: cent’anni di rivoluzionaria onestà.

Sebbene così fragile
e così breve l’amore,
ha sangue troppo giovane
questa ragazza per bruciare
poesie di primavera.
Yosano Akiko, dalla raccolta “Midaregami”

Forma metrica: Tanka

schema: trentuno sillabe, così suddivise : 5-7-5-7-7

( da “Il muschio e la rugiada – Antologia di poesia giapponese” a cura di Mario Riccò e Paolo Lagazzi, Bur, V edizione, Classici giugno 2010)

(presa da : https://viadellebelledonne.wordpress.com)

Yosano Akiko

(Yosano Akiko, in foto)

“Midaregami” vuol dire “crine sciolto, scarmigliato” ed è con questo titolo che la poetessa Yosano Akiko ci suggerisce di che materia sarà costituito il sentiero che ci troveremo con lei a percorrere. Pubblicata nel 1901, la raccolta fece scandalo e si fece al contempo apprezzare per ciò che era il suo centro: l’Eros, trattato con estrema naturalezza.

La penna di Yosano Akiko non indugia in imbarazzate perifrasi: scosta le tende e lascia nella magia del non detto l’occhio colmo di bellezza del fruitore.

E’ una poetessa bella perché onesta.

“Qui, amando l’amore,

io e te ci guardiamo davvero”

(Yosano Akiko)

Purtroppo “Midaregami” non è stato ancora tradotto in Italiano e il nome di Y. Akiko si trova solo in alcune antologie collettive . La raccolta è invece disponibile, tradotta in Inglese, con il titolo “Tangled Hair”.

Di seguito, una chicca: la copertina della raccolta originale, creata dall’artista Fujishima Takeji

Yosano Akiko

Exstrahttp://www.ndl.go.jp/france/en/part2/s2_2.html

L”opera scannerizzata in digitale  http://dl.ndl.go.jp/info:ndljp/pid/874453?__lang=en

Suprema

Splendido Amore,

splendido perché

mi condanni a rimanere in vita

dove vita non c’è più.

Lascia le tracce in terra,

le riconoscerò.

Nel candore di un tuo sguardo

e in un sonno perpetuo

mi addormenterò.

Spendido amore,

splendido perché

hai dettato un programma geniale

solamente per me:

lacrime d’oro e d’argento scorreranno

da cui nascerà un nuovo mondo

gentile e imperfetto,

ma immune da tutto.

(Umberto Maria Giardini, aka Moltheni, “Suprema”)

Questo testo è del cantautore Umberto Maria Giardini, uno degli artisti più ingiustamente sottovalutati sul panorama artistico nostrano. Un tempo “Moltheni”, adesso canta con il suo nome di battesimo.

Questa è la prima versione  pubblicata da Moltheni, cui segue una reintepretazione  nell’album sperimentale “Ingrediente Novus”

Edda (ex cantante dei Ritmo Tribale) ha proposto una sua versione di questo brano nel 2010.

Links

Umberto Maria Giardini – Wikipedia

Umberto Maria Giardini – Pagina Facebook

photo: Margarita Kareva (gallery)

Canto d’amore di J. Alfred Prufrock, T. S. Eliot

« S’i’ credesse che mia risposta fosse
a persona che mai tornasse al mondo,
questa fiamma staria sanza più scosse.

Ma però che già mai di questo fondo
non tornò vivo alcun, s’i’odo il vero,
sanza tema d’infamia ti rispondo. »

(Dante Alighieri, Inferno, Canto XXVII, 61-66)

Testo originale

Let us go then, you and I,
When the evening is spread out against the sky
Like a patient etherized upon a table;
Let us go, through certain half-deserted streets,
The muttering retreats
Of restless nights in one-night cheap hotels
And sawdust restaurants with oyster-shells:
Streets that follow like a tedious argument
Of insidious intent
To lead you to an overwhelming question …
Oh, do not ask, “What is it?”
Let us go and make our visit.

In the room the women come and go
Talking of Michelangelo.

The yellow fog that rubs its back upon the window-panes,
The yellow smoke that rubs its muzzle on the window-panes,
Licked its tongue into the corners of the evening,
Lingered upon the pools that stand in drains,
Let fall upon its back the soot that falls from chimneys,
Slipped by the terrace, made a sudden leap,
And seeing that it was a soft October night,
Curled once about the house, and fell asleep.

And indeed there will be time
For the yellow smoke that slides along the street,
Rubbing its back upon the window-panes;
There will be time, there will be time
To prepare a face to meet the faces that you meet;
There will be time to murder and create,
And time for all the works and days of hands
That lift and drop a question on your plate;
Time for you and time for me,
And time yet for a hundred indecisions,
And for a hundred visions and revisions,
Before the taking of a toast and tea.

In the room the women come and go
Talking of Michelangelo.

And indeed there will be time
To wonder, “Do I dare?” and, “Do I dare?”
Time to turn back and descend the stair,
With a bald spot in the middle of my hair —
(They will say: “How his hair is growing thin!”)
My morning coat, my collar mounting firmly to the chin,
My necktie rich and modest, but asserted by a simple pin —
(They will say: “But how his arms and legs are thin!”)
Do I dare
Disturb the universe?
In a minute there is time
For decisions and revisions which a minute will reverse.

For I have known them all already, known them all:
Have known the evenings, mornings, afternoons,
I have measured out my life with coffee spoons;
I know the voices dying with a dying fall
Beneath the music from a farther room.
So how should I presume?

And I have known the eyes already, known them all—
The eyes that fix you in a formulated phrase,
And when I am formulated, sprawling on a pin,
When I am pinned and wriggling on the wall,
Then how should I begin
To spit out all the butt-ends of my days and ways?
And how should I presume?

And I have known the arms already, known them all—
Arms that are braceleted and white and bare
(But in the lamplight, downed with light brown hair!)
Is it perfume from a dress
That makes me so digress?
Arms that lie along a table, or wrap about a shawl.
And should I then presume?
And how should I begin?

Shall I say, I have gone at dusk through narrow streets
And watched the smoke that rises from the pipes
Of lonely men in shirt-sleeves, leaning out of windows? …

I should have been a pair of ragged claws
Scuttling across the floors of silent seas.

And the afternoon, the evening, sleeps so peacefully!
Smoothed by long fingers,
Asleep … tired … or it malingers,
Stretched on the floor, here beside you and me.
Should I, after tea and cakes and ices,
Have the strength to force the moment to its crisis?
But though I have wept and fasted, wept and prayed,
Though I have seen my head (grown slightly bald) brought in upon a platter,
I am no prophet — and here’s no great matter;
I have seen the moment of my greatness flicker,
And I have seen the eternal Footman hold my coat, and snicker,
And in short, I was afraid.

And would it have been worth it, after all,
After the cups, the marmalade, the tea,
Among the porcelain, among some talk of you and me,
Would it have been worth while,
To have bitten off the matter with a smile,
To have squeezed the universe into a ball
To roll it towards some overwhelming question,
To say: “I am Lazarus, come from the dead,
Come back to tell you all, I shall tell you all”—
If one, settling a pillow by her head
Should say: “That is not what I meant at all;
That is not it, at all.”

And would it have been worth it, after all,
Would it have been worth while,
After the sunsets and the dooryards and the sprinkled streets,
After the novels, after the teacups, after the skirts that trail along the floor—
And this, and so much more?—
It is impossible to say just what I mean!
But as if a magic lantern threw the nerves in patterns on a screen:
Would it have been worth while
If one, settling a pillow or throwing off a shawl,
And turning toward the window, should say:
“That is not it at all,
That is not what I meant, at all.”

No! I am not Prince Hamlet, nor was meant to be;
Am an attendant lord, one that will do
To swell a progress, start a scene or two,
Advise the prince; no doubt, an easy tool,
Deferential, glad to be of use,
Politic, cautious, and meticulous;
Full of high sentence, but a bit obtuse;
At times, indeed, almost ridiculous—
Almost, at times, the Fool.

I grow old … I grow old …
I shall wear the bottoms of my trousers rolled.

Shall I part my hair behind? Do I dare to eat a peach?
I shall wear white flannel trousers, and walk upon the beach.
I have heard the mermaids singing, each to each.

I do not think that they will sing to me.

I have seen them riding seaward on the waves
Combing the white hair of the waves blown back
When the wind blows the water white and black.
We have lingered in the chambers of the sea
By sea-girls wreathed with seaweed red and brown
Till human voices wake us, and we drown.

Agesandros, Athenodoros e Polydoros, “Laocoonte”, II sec. a.C., copia romana, marmo, alt m. 2,42, Musei Vaticani, Roma
(da http://www.francescomorante.it/pag_1/107e.htm )

Traduzione italiana 

Andiamo, dunque, tu ed io,
Quando la sera si stende contro il cielo
Come un paziente eterizzato su un tavolo operatorio;
Andiamo, per certe strade semideserte,
Mormoranti ricoveri
Di notti senza riposo in alberghi da una notte a poco prezzo
E ristoranti di segatura con gusci d’ostriche;
Strade che si succedono come tedioso argomento
dell’insidioso intento
di condurti ad una domanda opprimente…
Oh, non chiedere « Cos’è? »
Andiamo a fare la nostra visita.

Nella stanza le donne vanno e vengono
Parlando di Michelangelo.

La nebbia gialla che strofina la schiena contro i vetri,
Il fumo giallo che strofina il suo muso contro i vetri,
Lambì con la sua lingua gli angoli della sera,
Indugiò sulle pozze stagnanti negli scoli,
Lasciò che gli cadesse sulla schiena la fuliggine che cade dai camini,
Scivolò sul terrazzo, spiccò un balzo improvviso,
E vedendo che era una soffice notte d’Ottobre
Svoltò una volta attorno alla casa, e si assopì.

E di sicuro ci sarà tempo
Per il fumo giallo che scivola lungo la strada
Strofinando la schiena contro i vetri;
Ci sarà tempo, ci sarà tempo
Per preparare una faccia per incontrare le facce che incontri;
Ci sarà tempo per uccidere e creare,
E tempo per tutti i lavori e i giorni delle mani
Che sollevano e lasciano cadere una domanda sul tuo piatto;
Tempo per te e tempo per me,
E tempo ancora per cento indecisioni,
E per cento visioni e revisioni,
Prima di prendere un toast col té.

Nella stanza le donne vanno e vengono
Parlando di Michelangelo.

E sicuro ci sarà tempo
Per chiedere, « Riesco a osare? » e, « Posso osare? »
Tempo di volgere il capo e scendere la scala,
Con una chierica nel bel mezzo dei miei capelli –
(Diranno: « Come diventano radi i suoi capelli! »)
Il mio abito per la mattina,  il colletto solido che arriva fino al mento, la mia cravatta ricca e semplice, sistemata con una modesta spilla –
(Diranno: « Come gli son diventate sottili le gambe e le braccia! »)
Oso forse
disturbare l’universo?
In un attimo solo c’è tempo
Per decisioni e revisioni che un attimo solo invertirà

Perché già le ho conosciute tutte, le conosco tutte quante:
Ho conosciuto le sere, le mattine, i pomeriggi,
Ho misurato la mia vita con cucchiaini da caffè;
Conosco le voci che muoiono con un morente declino
Sotto la musica giunta da una stanza più lontana.
E quindi come potrei osare ?

E ho conosciuto già gli occhi, li conosco tutti –
Gli occhi che ti fissano in una frase formulata,
E quando sono formulato, appuntato a uno spillo,
Quando sono trafitto da uno spillo e mi dibatto sul muro
Come potrei allora cominciare
A sputar fuori tutti i mozziconi dei miei giorni e delle mie abitudini? .
Come potrei osare?
E ho già conosciuto le braccia, conosciute tutte –
Le braccia ingioiellate e bianche e nude
(Ma alla luce di una lampada avvilite da una leggera peluria bruna!)
E’ il profumo che viene da un vestito
Che mi fa divagare a questo modo?
Braccia appoggiate a un tavolo, o avvolte in uno scialle.
Potrei rischiare, allora?
E come potrei cominciare?

Direi, ho camminato al crepuscolo per strade strette
Ed ho osservato il fumo che sale dalle pipe
D’uomini solitari in maniche di camicia affacciati alle finestre?

Avrei potuto essere un paio di ruvidi artigli
Che corrono sul fondo di mari silenziosi

E il pomeriggio, la sera, dorme così tranquillamente!
Accarezzato da lunghe dita,
Addormentato… stanco… o si finge la malato,
Stiracchiato sul pavimento, qui accanto a te e a me.
Dovrei, dopo il tè e le torte e i gelati,
Avere la forza di imporre al momento la sua crisi?
Ma sebbene abbia pianto e digiunato, pianto e pregato,

Sebbene abbia visto la mia testa (che comincia un po’ a perdere i capelli)
Portato su un vassoio,
lo non sono un profeta – e non ha molta importanza;
Ho visto tremolare il momento della mia grandezza,
E ho visto l’eterno Lacchè reggere il mio soprabito ghignando,
E a farla breve, ne ho avuto paura.

E ne sarebbe valsa la pena, dopo tutto,
Dopo le tazze, la marmellata e il tè,
Ta la porcellana e qualche chiacchiera tra te e me,

Ne sarebbe valsa la pena
Di aver affrontato il problema sorridendo,
Di aver compresso tutto l’universo in una palla
E averlo fatto rotolare verso una qualche domanda immensa,
E  dire: « lo sono Lazzaro, vengo dal regno dei morti,
Torno per dirvi tutto, devo dirvi tutto » –
Se una, mettendole un cuscino accanto al capo,
Dicesse: « Questo non è quello che volevo dire.
Non è questo, per niente. »

E ne sarebbe valsa la pena, dopo tutto,
Ne sarebbe valsa la pena,
Dopo i tramonti e i cortili e le strade spruzzate di pioggia,
Dopo i romanzi, dopo le tazze da tè, dopo le gonne strascicate sul pavimento
E questo, e molto altro? –
E’ impossibile dire ciò che intendo!
Ma come se una lanterna magica proiettasse il disegno dei nervi su uno schermo:
Ne sarebbe valsa la pena
Se una donna, accomodandosi su un cuscino o togliendosi uno scialle,
E volgendosi verso la finestra, dicesse:
« Non è per niente questo,
Non è per niente questo che volevo dire. »

No! lo non sono il Principe Amleto, né ero destinato ad esserlo;
Io sono un cortigiano, sono uno
Utile forse a ingrossare un corteo, a dar l’avvio a una scena o due,
Ad avvisare il principe; uno strumento facile, di certo,
Deferente, felice di mostrarsi utile,
Prudente, cauto, meticoloso;
Pieno di nobili sentenze, ma un po’ ottuso;
Talvolta, in verità, quasi ridicolo –
Quasi, a volte, il Buffone.

Divento vecchio… divento vecchio…
Dovrei arrotolarmi i pantaloni..

Dividerò i miei capelli sulla nuca? Avrò il coraggio di mangiare una pesca?
Porterò pantaloni di flanella bianca, e camminerò sulla spiaggia.
Ho udito le sirene cantare, l’una all’altra.

Non credo che canteranno per me.

Le ho viste al largo cavalcare l’onde
Pettinare la candida chioma dell’onde risospinte:
Quando il vento rigonfia l’acqua bianca e nera.

Ci siamo troppo attardati nelle camere del mare
Con fanciulle d’acqua incoronate d’alghe rosse e brune
Finché  voci umane ci svegliano, e anneghiamo.


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Carmelo Bene interpreta la poesia in Italiano

Un’animazione della poesia

Exstra:

Picturing Prufrock – La poesia diventa fumetto.

Musica consigliata:

Blur , Cuong Vu

Accelerated thoughts, Coung Vu

De Profundis, clamavit…

«A me è successo questo: non sono riuscito a fare finta di niente,
non volevo, in fondo.
Non potevo far altro che cercare di portarti con me, dal profondo,
per egoismo quasi, per farmi stare bene.
Anche se sapevo di non potere.
Anche se era rischioso.
Anche se tu non vuoi, anche se, infine,
la tua felicità non dipende da me.
E non posso fare a meno di chiedertelo di nuovo.
Solo per essere sicuro.
Verresti?»
Italo Calvino, “Prima che tu dica pronto”

De ProfundisGuida piano, prudente, ogni tanto chiude gli occhi come se gli desse fastidio la luce.

Lucia vede che ha un maglione e un paio di scarpe troppo grandi per lui, chissà dove li ha presi.

Lee inizia a parlare, uno di quei fuochi di artificio che lei ben conosce.

[…]

– Mi hanno portato via i miei libri, certi vanno bene altri no, dicono, proprio come in carcere, e anche sei punture di Zerol mi fanno e io mi alzo e corro via e loro ci restano di merda, il dottore ha detto, questo è come se c’avesse dentro un’altra chimica, ed è vero, non guardarmi così: è la scienza che lo dice, tutte le volte che guardi più profondamente una cosa, trovi nuovo disordine, nuove particelle, figure nella polvere e tutto quello che sapevi di quella cosa salterà in aria.

Hai mai visto i matti guardare sempre nello stesso punto? Tu non sai cosa possono vedere e non sai perché resto sveglio e non voglio salvarmi ad ogni costo, non guardarmi così. Una volta ci somigliavamo, eravamo tre note in un accordo, leone cina e zingara, ma poi c’è un punto in cui i fili si rompono e gli altri si allontanano. Ma i bastardi li vedo bene sì, quelli sono ancora al loro posto pazzi di rabbia perché per una volta li abbiamo smascherati, e non ce lo perdoneranno mai nei secoli dei secoli e allora è guerra, non farmi i tuoi discorsi miti, la mitezza è un privilegio grande ma il dolore la avvelena in un attimo, io esco da quella galera e la città è peggio che mai, la gente cade per terra, parla da sola, vomita e crepa e tutti passano e non hanno visto niente, e si affrettano a dare nuovi eleganti nomi alla loro corruzione, e ogni tanto parlano dell’uomo comune, ipocriti, l’uomo comune che vi piace è stupido e avido come voi, così lo vorreste, un vigliacco che può ammazzare per vigliaccheria, mentre loro ammazzano per necessità, per i loro divini soldi, Lucia, sono loro ora gli estremisti, violenti assassini estremisti dell’ideologia più ideologia del secolo, un’economia più sacra di una religione, più feroce di un esercito, ricordatelo bene con un brivido quando tutto salterà in aria, quando si oscurerà, malattia senza sintomi, caos di geroglifico incomprensibile e voi sempre più crudeli informati impotenti in mezzo alla strada, e chi raccoglierà i frammenti allora gli oggetti i rottami, magari ci fosse qualcuno, magari ci sarà davvero Lucia, questa è la speranza e intanto brucio e non c’è nessun patto da firmare né col diavolo né con la rassegnazione, Lucia, siamo un’altra cosa da sempre fortunatamente e non guardarmi così no, non ho finito, te lo dico io chi ha ucciso Leone, forse uno di questi che una volta facevano i compagni e hanno spacciato per anni e dicevano che erano i fascisti, col ca**o, vieni con me a vedere chi sono, oppure hai paura, scusami non venirci, son posti schifosi ci nuota il coatto si dice adesso, come suona bene, peccato che tutti i compagni non siano come te Lucia, vieni a vedere questo Coccodrillo spia della polizia, me l’ha venduta tante volte la roba e quando ho smesso me la lasciava gratis sul sedile della macchina, generoso,vero? Come quelli che ti lasciavano l’esplosivo in casa e dicevano ognuno deve fare la sua parte, eppure c’è chi mi ha salvato tante volte, parlato, anche tu Lucia, e ci sarà alla fine una verità Lucia e scopriremo la verità giù nell’acqua e su fino al più altissimo porco non ci credi? dimmi di sì, io brucio dentro questa storia e non ne vedrò la fine, ma scopriremo la verità, perché se c’è solo un po’ di verità c’è speranza e chi l’ha fatta brillare ha fatto abbastanza e non importa se poi non si salverà, salvarsi per avere cosa, questo mondo dove continuano a insultare chi è debole, Lucia, se penso a tutte le persone pulite che ho incontrato e continuano a offenderle Lucia, le uccidono, non ci sono parole per questo delitto, non si può sopportare tutto questo capisci Lucia quando sono nella mia stanza e qualcuno urla anche con li occhi si può urlare Lucia, Lucia mi chiedo, che cosa è successo, perché fingete di non vedere, vorrei capire qualche volta Lucia, ma sapessi che musica nella testa, negli oggetti consumati, e dopo quanto veleno ti senti addosso Lucia, e allora pensa se non fosse così, se non ci credessi più, se fossi perbene Lucia saremmo una coppia normale, io e te, al ritorno dal cinema andremmo a casa e non saremmo perduti in una città di notte, ma quelli perbene forse sono perduti lo stesso Lucia, ma se almeno ascoltassero, se capissero che l’altra metà di verità per quanto si può raccontare solo urlando è l’altra metà necessaria, non si può tagliare via non si può dimenticare, alla fine solo il dolore esiste come esisto io, un matto per strada, un matto è una persona che non sa dove andare, niente di più Lucia, tu puoi capire, tu che sei benedetta tra le donne, tu che mi hai visto felice, tu che sei coraggiosa tu che a volte mi hai lasciato solo come un cane tu che adesso per favore scendi non guardarmi ti dico, questo è un sentiero per comici spaventati guerrieri e io non voglio né vincere né perdere solo che tu mi ricordi e dopo che mi anneghino nello zero di quelle medicine e mi chiamino come vogliono e tornino a raccontare le loro storie, non sono vere, manca metà, tu lo capisci cara, almeno tu e allora scendi per favore.

“Vengo con te,” disse Lucia.

Monologo di Lee – Stefano Benni, “Comici spaventati guerrieri”

Immagini: Ratto di Proserpina, Lorenzo Bernini
De Profundis