Sylvia Plath e il “doppio”

 

“Due Sorelle di Persefone” è una sconcertante, cupa e intensa poesia della scrittrice statunitense. Ho cercato di darle una sfumatura “creepy”, di stasi, di tempo immobile nella devastante certezza di essere lacerata in due Sylvia – due gemelle cattive/buone, che non sanno essere amiche.

Two sisters of Persephone

Due fanciulle: in casa
l’una siede, l’altra fuori.
Per tutto il giorno tra loro
un duetto d’ombra e luce.

Nella sua buia stanza rivestita di legno
la prima elabora problemi
su una macchina matematica.
Aridi ticchettii battono il tempo

mentre calcola ogni somma.
In questa sterile impresa
il suo sguardo sbieco assume furbizia di topo,
la sua magra figura un pallore di radice.

Bronzea come la terra l’altra, distesa,
ascolta i ticchettii gonfiarsi d’oro
come polline nell’aria luminosa. Cullata
accanto a un letto di papaveri,

vede il rosso ventaglio di seta
dei loro petali di sangue
ardere e aprirsi alla lama del sole.
Su quel verde altare

liberamente diventa sposa del sole,
s’ingravida di seme.
Accosciata sull’erba, nell’orgoglio del travaglio,
partorisce un re. Inacidita

e gialla come un limone
l’altra, vergine agra fino allo stremo,
va verso la tomba con la carne devastata,
posseduta dai vermi, ma non donna.

– 1956 –
Per ascoltare la poesia, cliccare sul link a inizio articolo oppure qui 

sylvia-plath-9442550-1-402 (In foto, Sylvia da adolescente)

Sulla pagina Facebook dedicata a RadioSonetto sto cercando di fare degli approfondimenti biografici sugli autori.
Se ne avete il piacere…

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Fernando Pessoa/Álvaro de Campos: “Il passaggio delle ore”

Un nuovo ciclo di letture su Radiosonetto:

Pessoa.

Il passaggio delle ore – clicca per ascoltare.

UNA COME LEI – incontri e pratiche di poesia a Bologna (gennaio-giugno 2018)

Una rassegna interessante…

Poetarum Silva

UNA COME LEI
incontri e pratiche di poesia
Biblioteca Italiana delle Donne
Da gennaio a giugno 2018 per 6 martedì

Una come lei è il titolo di una poesia di Anne Sexton.
La poeta unì l’urgenza di comunicare all’esigenza di nominare un problema taciuto: la condizione naturale e innaturale di una soggettività femminile che cercava spazio e parola all’interno della società, in cui pubblico e privato erano inconciliabili, e si era quello che si sarebbe dovute essere.
L’idea di Anna Franceschini e Roberta Sireno, curatrici della rassegna assieme alla Biblioteca Italiana delle Donne è quella di creare questo spazio da costruire nel tempo: un luogo raccolto, esclusivo ed inclusivo, che contenga riflessioni nate da incontri e avvicinamenti sulla poesia e sul fare poesia. Si tratta di un percorso che avrà inizio il 23 gennaio 2018 e terminerà il 19 giugno: un arco di sei mesi con appuntamenti a cadenza…

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Professione: Editor

Una mia intervista sul mestiere dell’Editor.

Il Capestro

Ho iniziato a collaborare con “La strada per Babilonia“, casa editrice freepress, nel 2016. Questa, un’intervista sul delicato mestiere dell’editor.
Ho il privilegio di lavorare sulla materia calda, viva di un autore, di accompagnarlo nel suo processo di scrittura, di validare i suoi punti di forza e di allenare tramite esperienze ed esercizi non convenzionali i suoi punti deboli, affinché possa conoscersi e riconoscersi nella sua scrittura e – soprattutto – essere indipendente da me.

Sito ufficiale: http://www.babiloniaedizioni.com/

Pagina Facebook: https://www.facebook.com/babilonia.edizioni/ 

Canale Vimeo: http://www.babiloniaedizioni.com/video

mail me @

mariapiadellomo@gmail.com

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Spotlight On Writers: Maria Pia Dell’Omo –  Spillwords Interview

After “Abita-re”,  a micropoem of mine, won the “International Publication of the year 2016” at the Spillwords Press Awards, whe talk about poetry. 

  1. Where, do you hail from?
    From Naples, I believe.
    The “perpetually-wide-open”* , as I name it in one of my poems, “Monumenti anatomici” (Anatomical monuments).
    I was born there in 1987. I think it is a kind of bliss, being born in such a richly contradictory and ruthlessly beautiful city. If I am allowed to say it, cruelly maternal. I never lived there, but I always walked over her lying mermaid body (the old name of Naples, “Parthenope”, comes from a legendary mermaid who died for love), moving between Campania and Puglia.
    However, I think that my soul was born in the Silence, a non-place that was my greatest childhood teacher. He was pointing his fingers to the wonders of the world, showing them to me, whispering them to my eyes . But I was not able to speak out loud the wonders he was telling me, therefore I started writing them.* Otherwhise: (a) everopen/evergaping; (b) thrust-open ; (c) perennially-open.
  2. What is the greatest thing about the place you call home?

The night sky, a place far away, whose stars shine upon our dark Earth . It is something uncontrollable. It makes me wistful to think about that, but I often had that feeling of incommunicability, summarised by a sentence I wrote in a poem:
“I can give you only a pond of the sky I have within”.
My home precisely represents the tear between what one wants and what one can give. The best thing? The eternal pulling. It is a romantic, desperate, enamoured, sad pulling towards what you want. This something, quoting the italian singer Claudio Baglioni, “it is nothing”, but “everything lies in that nothing”. I imagine it in this way: I am the archer, the bow is the mind, the arrow is the hearth, the deep desire. Without this pulling, maybe I will not even be alive. Something that makes me happy must also make me insatiable.

  1. What turns you on creatively?

The music, a landscape, a conversation, a picture, a deep thought, or a volcanic, immediate emergency. The words look for you, you do not have power on them. It is exactly like when you have to pee.

  1. What is your favorite word, and can you use it in a poetic sentence?

I think that these words are “love”, “eternal”, “further”, “celestial ”. I like words that have no boundaries.

“I would like to be a spider to walk
on the eternal spider web of your hairs
turning silvery in the backlit
as the moon”

  1. What is your pet peeve?
    Cruelty, daughter of Ignorance. As Socrates used to say, “know yourself”. Knowing and investigating who we are, we become more sure of ourselves and less dependent on what the others think of us. As a consequence [of this knowledge], we choose to not behave bad to reinforce an apparently grandiose image of ourselves to our insecure ego.
  1. What defines Maria Pia Dell’Omo? 

 

I do not know. I felt in many ways, but I do not like categories. Once I wrote that I would have liked to be as adaptable as water, adapting myself to the shape of my container.
Slip away.
I like to slip away. It is hard that something forces me to stay somewhere.
I like places where everything is harmony and everything is as tender as a caress. A place where everyone can feel safe. If I have to define myself, I would choose the following things:

– Faith: I have a limitless faith in humanity.

– Love: I love what I know, and the hint of what I do not know.

– Vulnerability: once I said about myself that I am like a rose, that feels caressed just with a glance. This is a word play, as in Italian “touch lightly” is “sfiorare”, that could mean either “caressed” or “tearing away the petals of the flower”. I do not regret of being so vulnerable, it is a consequence of my love and my faith. The one who chooses to love the world, expose him/herself.

 

Ph.  Pasquale Vitale

 

Thanks to Vincenzo “DaVinci” for the english translation. Special thanks to Paola Napoli, who gave me the permission to use the photo that appear on Spillwords’ site from a really insightful project of her. Thank, instead, to Pasquale Vitale for the B&W photo I used for this article on WordPress.

Sorgente: Spotlight On Writers – Maria Pia Dell’Omo – Spillwords

Le sanguisughe universali

I corpi delle creature viventi sono svaniti nella polvere, e la materia secolare li ha trasformati in pietre, acqua, nubi; le loro anime si sono fuse in un’anima sola.
La comune anima universale sono io. In me ci sono le anime di Alessandro il Grande e di Cesare, di Shakespeare e di Napoleone, e dell’ultima sanguisuga; e io ricordo tutto e rivivo in me da capo ogni singola vita.

A. Checov, da “Il gabbiano”

claude monet
opera di Claude Monet

Si è andata perduta la buona abitudine di frequentare testi teatrali, tant’è che questi rappresentano una porzione minima dell’editoria italiana.
Personalmente, la reputo un’occasione che si sceglie di perdere.
Un testo teatrale è totipotenza allo stato puro: può essere cucito e ricucito più volte da un regista o da un Lettore Modello (come direbbe Eco), ciò avvenga sulle tavole di legno o in quello spazio sterminato che è la fantasia umana.
Il teatro, mentre si fa leggere, si lascia caricare di senso, più – mia opinabile opinione – di un semplice testo di narrativa, dove tutto è de-finito e non possiamo inferire nulla al di fuori delle guide che il narratore ha tracciato per farvi scorrere le ante della sua stanza-armadio.
Si provi, ad esempio, a prendere il copione “Ubu cornuto“, di Alfred Jarry.
Se ne leggano le prime tre scene dell’atto primo.
Ad una prima lettura, le parole potrebbero sembrare cifre disposte su uno spazio bianco: sembrano quasi non parlare.
Si cerchi invece di immaginare – o addirittura di farsi voce – di quei dialoghi.
Immediatamente si scatena tutto l’apparato della nostra fantasia.
Che corpo ha Achras? Con che veemenza il corpulento Padre Ubu irrompe nella scena e negli spazi vitali del vecchio inventore?
Con che voce parla il primo? E il secondo?
Come entrambi prendono (o non lo fanno affatto) possesso della scena?

Questi sono dettagli fondamentali, spesso taciuti dalle lettere, ma che un buon drammaturgo sa determinare seminandoli come le molliche di pane di Hansel nel bosco della narrazione.
Sta a noi coglierne la disposizione, scegliere quale frammento di pagnotta picchettare col becco e quale lasciare in terra, beccato magari da un altro lettore/regista pennuto.
Sta qui la straordinaria libertà del teatro.
Ognuno ha il suo Kostja, la sua Nina – tornando a “Il gabbiano” di Checov – e nessuno potrà mai dire che quel Kostja o quella Nina siano frutto d’errore, quanto, semmai, frutto di una fervida immaginazione.

Maria Pia Dell’Omo

“Car-Melos”, di Enzo Moscato

Car – Melos

Sfòrbicia, Carmelo,
giacigli sorvolati da comete,
sfòrbicia, bestemmia –
i Turchi sono stesi faccia a terra
dinanzi all’Assunzione.
Astori e falchi, chiama,
con le grida rese lame dalla pioggia,
àstori e falchi, mostri,
d’acque-mostri,
dall’incisa, arida vetta di montagne,
grembo-Venus.
Guardali, accècali,
graffiata di lentischio la tua voce,
levitante, senza ali,
e, attorno alle fabbriche promiscue, mille api –
Vai e vieni dal miele, dal vino,
vai e vieni da malarie, dalle febbri,
sincroni salti dai mari, dai Due,
da morfina e da assenzio, dighe:
il piccolo, mai nato, ingoia il suo prepuzio di poeta,
lo stronzico suo melos da destino:
è un sàndalo, ecco,
il sàndalo ferito dal suo suono,
lungo acciottolati
la phonè:
tiènila, allora, con dito morticino, pressato sulla gola,
tiènila, tiènila –
e frena le passioni, emorragie,
cresce su ognuna l’ireos, l’accento sbagliato, scazonte,
di cui non mi vergogno.
Tagliala nel mezzo, a colpi di scure, tagliala, accoppala,
doppiata e ribattuta da scorpionici ruscelli,
limo verde, da balbuzie, dis-lessia,
organi ed umori, incidi, lacerti, ammonticchia, trippe,
al teatro inverosimile dell’essere,
schiodala dal silenzio, e, al silenzio, riappiccicala, dopo,
ospitala tutta in te, tutta in te, per una notte,
crocifiggila, stuprala, bellissimo cadavere:
offendi –
Non una siepe, nessuna,
dividerà il suo lamento, con la vicina, da egoista, non una,
intanto che va il rettile e sordissimo rumore del misfatto,
il mutacico, indicibile ante-fatto.

(Enzo Moscato, Napoli, 4 dicembre 2002)

 

Fonte: archivi Università degli Studi di Salerno, a cura di Isabella Selmin

 www.teatro.unisa.it/archivio/autori/moscato/testi/moscato_testi

moscato“Gran parte di quello che scrivo è defluito nel mio teatro, nei racconti, nei saggi, ma c’è anche una scrittura che rimane in me, che conservo come forma amuletica della mia esistenza […] lavoro per crescere, per conoscermi, per riuscire a comprendere come sistemare passato e presente, e magari anche il mio futuro […] Ho sessantasette anni e penso di possedere un miscuglio di verità e di finzione. Immaginaria realtà, insomma. Il teatro mi porta ad essere concretamente visibile, tangibile dalla gente, ma la fantasia porta lontano, l’immaginazione è incatturabile”

(da un’intervista per La Repubblica di Napoli – Enzo Moscato, filosofia e teatro )

 

Da Teatro.it : 

Enzo Moscato, il poeta della scena italiana

Compagnia teatrale Enzo Moscato (Facebook):

https://www.facebook.com/CompagniaTeatraleEnzoMoscato/

Anne SEXTON tradotta da Rosaria LO RUSSO

La dimora del tempo sospeso

witkin
(Joel Peter Witkin, Las meninas, 1987)

Traduzioni da Anne Sexton

Da Poesie d’amore, Firenze, Le Lettere, 1996

SONG FOR A RED NIGHTGOWN

No. Not really red,
but the color of a rose when it bleeds.
It’s a lost flamingo,
called somewhere Schiaparelli Pink
but not meaning pink, but blood and
those candy store cinnamon hearts. 

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Memento vivere (edizioni del Foglio Clandestino, 2016) Taccuino poetico-fotografico di Donatella D’Angelo, in collaborazione con Josè Lasheras

Nuove Finzioni

memento2

16       

 se fossi Dio

custode della memoria

navigherei la piega del labbro

per un sorriso

 

da qui

tutto rallenta

memento1

47 

non è ancora tempo di fiori

né di variazioni rapide

 osservo l’ascesa delle acque

 difficile distinguere

il mondo dal suo sangue

se con l’inverno si aprono squarci

e visioni di altri mari

memento3

54

 se tu sapessi

da dove viene questo grano

la fatica della semina

e del raccolto

 

se tu sapessi

capire la direzione del vento

tra le spighe

 

se tu sapessi tutte le risposte

dove vanno le anatre d’inverno

coglieresti il sale dal mare

con la punta delle dita

*

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Memento Vivere, taccuino poetico-fotografico di Donatello D’Angelo con 12 fotografie della serie Los Respiros Del Alma in collaborazione con Josè Lasheras (edizioni del Foglio Clandestino 2016).

Con note di lettura di Luigi Cannillo e Lorenzo Gattoni. Nota critica di Giovanna…

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/ Primi Incontri

— La poesia è viva

Ogni istante dei nostri incontri
lo festeggiavamo come un’epifania,
soli a questo mondo. Tu eri
più ardita e lieve di un’ala di uccello,
scendevi come una vertigine
saltando gli scalini, e mi conducevi
oltre l’umido lillà nei tuoi possedimenti
al di là dello specchio.
Quando giunse la notte mi fu fatta
la grazia, le porte dell’iconostasi
furono aperte, e nell’oscurità in cui luceva
e lenta si chinava la nudità
nel destarmi: “Tu sia benedetta”,
dissi, conscio di quanto irriverente fosse
la mia benedizione: tu dormivi,
e il lillà si tendeva dal tavolo
a sfiorarti con l’azzurro della galassia le palpebre,
e sfiorate dall’azzurro le palpebre
stavano quiete, e la mano era calda.
Nel cristallo pulsavano i fiumi,
fumigavano i monti, rilucevano i mari,
mentre assopita sul trono
tenevi in mano la sfera di cristallo,
e “Dio mio! ” tu eri mia.
Ti destasti e cangiasti
il vocabolario quotidiano degli umani,

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/ Il dono

— La poesia è viva

Mi dici che non hai dormito bene. Ti confesso
che nemmeno io. Hai passato una nottataccia. “Anch’io”.
Siamo straordinariamente calmi e teneri l’un con l’altro
come se avvertissimo il nostro traballante stato mentale.
Come se ognuno sapesse cosa prova l’altro. Anche se,
naturalmente, non lo sappiamo. Non lo si sa mai. Non importa.
È la tenerezza che mi preme. È questo il dono
che mi commuove e mi prende tutto questa mattina.
Come tutte le mattine.

Raymond Carver

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“Quando uno ha le scarpe rotte” – Elio Vittorini

Io conoscevo questo e più di questo, potevo comprendere la miseria di un malato e della sua gente attorno a lui, nel genere umano operaio. E non la conosce ogni uomo? Non può comprenderla ogni uomo? Ogni uomo è malato una volta, nel mezzo della sua vita, e conosce quell’estraneo che è il male, dentro a lui, l’impotenza sua con quest’estraneo; può comprendere il proprio simile…
Ma forse non ogni uomo è uomo; e non tutto il genere umano è umano. Questo
è un dubbio che viene, nella pioggia, quando uno ha le scarpe rotte, acqua nelle
scarpe rotte, e non più nessuno in particolare che gli occupi il cuore, non più vita sua particolare, nulla più di fatto e nulla da fare, nulla neanche da temere, nulla più da perdere, e vede, al di là di se stesso, i massacri del mondo. Un uomo ride e un altro uomo piange. Tutti e due sono uomini; anche quello che ride è stato malato, è malato; eppure egli ride perché l’altro piange. Tutti e due sono uomini; anche quello che ride nella non speranza, lo vede che ride sui suoi giornali e manifesti di giornali, non va con lui che ride ma semmai piange, nella quiete, con l’altro che piange. Non ogni uomo è uomo, allora. Uno perseguita e uno è perseguitato; e genere umano non è tutto il genere umano, ma quello soltanto del perseguitato. Uccidete un uomo; egli sarà più uomo. E così è più uomo un malato, un affamato; è più genere umano il genere umano dei morti di fame.
Chiesi a mia madre: – Tu che ne pensi?
– Di che? – mia madre disse.

[…]

– Hai mai visto un cinese?
– Certo, – mia madre disse. – Ne ho visti due o tre… Passano per vendere le
collane.
– Bene, – dissi io. – Quando hai davanti un cinese e lo guardi e vedi, nel freddo,
che non ha cappotto, e ha il vestito stracciato e le scarpe rotte, che cosa pensi di lui?
– Ah! Nulla di speciale, – mia madre rispose. – Vedo molti altri, qui da noi, che
non hanno cappotto per il freddo e hanno il vestito stracciato e le scarpe rotte…
– Bene, – dissi io. – Ma lui è un cinese, non conosce la nostra lingua e non può
parlare con nessuno, non può ridere mai, viaggia in mezzo a noi con le sue collane e cravatte, con le sue cinture, e non ha pane, non ha soldi, e non vende mai nulla, non ha speranza. Che cosa pensi tu di lui quando lo vedi che è così un povero cinese senza speranza?
– Oh! – mia madre rispose. – Molti altri vedo che sono così, qui da noi…
Poveri siciliani senza speranza.
– Lo so, – dissi io. – Ma lui è cinese. Ha la faccia gialla, ha gli occhi obliqui, il
naso schiacciato, gli zigomi sporgenti e forse fa puzza. Più di tutti gli altri egli è
senza speranza. Non può avere nulla. Che cosa pensi tu di lui?
– Oh! – rispose mia madre. – Molti altri che non sono poveri cinesi hanno la
faccia gialla, il naso schiacciato e forse fanno puzza. Non sono poveri cinesi, sono
poveri siciliani, eppure non possono avere nulla.
– Ma vedi, – dissi io. – Egli è un povero cinese che si trova in Sicilia, non in
Cina, e non può nemmeno parlare del bel tempo con una donna. Un povero siciliano invece può…
– Perché un povero cinese non può? – chiese mia madre.
– Bene, – dissi io. – Immagino che una donna non darebbe nulla a un povero
viandante che fosse un cinese invece di un siciliano.
Mia madre si accigliò.
– Non saprei, – disse.
– Vedi? – io esclamai. – Un povero cinese è più povero di tutti gli altri. Cosa
pensi tu di lui?
Mia madre era stizzita.
– Al diavolo il cinese, – disse.
E io esclamai: -Vedi? Egli è più povero di tutti i poveri e tu lo mandi al
diavolo. E quando lo hai mandato al diavolo e lo pensi, così povero nel mondo, senza speranza e mandato al diavolo, non ti sembra che sia più uomo, più genere umano di tutti?
Mia madre mi guardò sempre stizzita.
– Il cinese? – disse.
– Il cinese, – dissi io. – O anche il povero siciliano che è malato in un letto
come questi ai quali fai l’iniezione. Non è più uomo e più genere umano, lui?
– Lui? – disse mia madre.
– Lui, – dissi io.
E mia madre chiese: – Più di chi?
Risposi io: – Più degli altri. Lui che è malato… Soffre.
– Soffre? – esclamò mia madre. – E’ la malattia.
– Soltanto? – io dissi.
– Togli la malattia e tutto è passato, – disse mia madre. – Non è nulla… E’ la
malattia.
Allora io chiesi:
– E quando ha fame e soffre, che cos’è?
– Bene, è la fame, – mia madre rispose.
– Soltanto? – io dissi.
– Come no? – disse mia madre. – Dagli da mangiare e tutto è passato. E’ la
fame.
Io scossi il capo. Non potevo avere strane risposte da mia madre, eppur chiesi
ancora:
– E il cinese?
Mia madre, ora, non mi diede risposta; né strana, né non strana; e si strinse
nelle spalle. Essa aveva ragione, naturalmente: togliete la malattia al malato, e non vi sarà dolore; date da mangiare all’affamato e non vi sarà dolore. Ma l’uomo, nella malattia, che cos’è? E che cos’è nella fame?
Non è, la fame, tutto il dolore del mondo diventato fame? Non è, l’uomo nella
fame, più uomo? Non è più genere umano? E il cinese?…

da “Conversazione in Sicilia“, di Elio Vittorini

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Elio Vittorini

Una interessante critica del testo:

http://www.criticaletteraria.org/2009/08/conversazione-in-sicilia.html

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