Infinita solitudine

Solitudine

Io non son mai stato bambino. Non ho avuto fanciullezza.

[…] Non la conosco o non la rammento. L’ho saputa dai libri, dopo; la indovino, ora, nei ragazzi che vedo; l’ ho sentita e provata per la prima volta in me, passati i vent’anni, in qualche attimo felice di armistizio o di abbandono.

Fanciullezza è amore, è letizia, è spensieratezza ed io mi vedo nel passato, sempre, separato, triste, meditante.

Fin da ragazzo mi son sentito tremendamente solo e diverso – né so ilperché. Forse perché […] non ero nato come gli altri? Non so: ricordo soltanto che una zia giovane mi dette il soprannome di vecchio a sei o sett’anni e che tutti i parenti l’accettarono. E difatti me ne stavo il più del tempo serio e accigliato: discorrevo pochissimo, anche cogli altri ragazzi; i complimenti mi davan noia […] e al chiasso sfrenato dei compagni dell’età più bella preferivo la solitudine dei cantucci più riparati della nostra casa piccina, povera e buia. Ero, insomma, quel che le signore col cappello chiamano un “bambino scontroso” […].

Avevan ragione: dovevo essere, ed ero, tremendamente antipatico a tutti. E mi ricordo che sentivo benissimo intorno a me questa antipatia la quale mi faceva più timido, più malinconico, più imbronciato che mai.

Quando mi ritrovavo per caso con altri ragazzi non entravo quasi mai nei loro giochi. Mi piaceva star da parte a guardarli coi miei occhi verdi e seri di giudice e di nemico. Non per invidia: era piuttosto disprezzo quel che sentivo dentro in quei momenti. Fin da quel tempo incominciò la guerra fra me e gli uomini. Io li sfuggivo e loro mi trascuravano; non li amavo e mi odiavano. Fuori, nei giardini, chi mi scacciava e chi mi rideva dietro; scuola mi tiravano i riccioli o mi accusavano ai maestri; in campagna, anche in villa dal nonno, i ragazzi dei contadini mi tiravan le sassate, senza che avessi fatto nulla a nessuno, quasi sentissero ch’era d’un’altra razza. I parenti m’invitavano o mi carezzavano quando proprio non potevan farne ameno, per non mostrare dinanzi agli altri una parzialità troppo indecente, ma io m’accorgevo benissimo della finzione e dello sforzo e mi nascondevo e tacevo e ad ogni loro parola rispondevo sgarbato ed acerbo.

[…] A me tutto quel brusìo di festa economica e idiota faceva male

[…] all’anima. […]

Mi sentivo straniero lì dentro, e lontanissimo da tutti.

[…]E lì sentivo il mio piccolo cuore di solitario che batteva con veemenza, come se stessi per far un non so che di  male, per commettere un tradimento. […]

Sì, è vero: io non sono stato bambino. Sono stato un “vecchio” e un “rospo”  pensoso e scontroso. Fin da allora il meglio della mia vita era – dentro di me. Fin da quel tempo, tagliato fuori dall’affetto e della gioia, mi rintanavo, mi nascondevo, mi distendevo in me stesso, nell’anima, nella fantasticheria bramosa, nella solitaria ruminazione dell’io e del mondo rifatto attraverso l’io. Non c’era altro scampo, altra gioia per me. Non piacevo agli altri e l’odio mi rinchiuse nella solitudine.

La solitudine mi fece più triste e più spiacente; la tristezza mi chiuse il cuore ed aizzò il cervello. La diversità mi staccò anche dai prossimi e la separazione mi fece sempre più diverso. E fin da quel principio di vita cominciai a gustare, se non a capire, la virile dolcezza di quell’infinita e indefinita malinconia che non vuole sfoghi e consolazioni, ma che si consuma in sé stessa, senza scopo, creando a poco a poco quell’abitudine della vita interna, solitaria, egoista che ci allontana per sempre dagli uomini.

No: io non ho mai conosciuto la fanciullezza. Non ricordo affatto d’essere stato bambino. Mi rivedo, sempre, selvatico e soprappensiero, appartato e silenzioso […]

(Giovanni Papini, “Un uomo finito”, 1913, estratto dal capitolo primo)

Una foto dell'autore del brano, Giovanni Papini (Anni '20).
Una foto dell’autore del brano, Giovanni Papini (Anni ’20).

Sito ufficiale: http://www.giovannipapini.it/

Su Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Papini

Piccolo omaggio al nostro, su Youtube:

Exstra: l’immagine rappresenta “Lone Child” (1968) di Giosetta Fioroni;

articolo di approfondimento: http://www.artcritical.com/2013/05/22/giosetta-fioroni/

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